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La legge elettorale è correggibile: la Corte potrebbe intervenire

Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare dem: «Le correzioni auto-applicative della Consulta possono agevolmente intervenire prima del voto che è razionale immaginare per maggio-giugno»

La legge elettorale è correggibile: la Corte potrebbe intervenire

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Stefano Ceccanti, Professore ordinario di diritto pubblico comparato ed ex parlamentare dem, analizza la nuova legge elettorale e i possibili interventi della Corte costituzionale, spiegando che «le correzioni, in modo auto-applicativo, possono agevolmente intervenire prima del voto che è razionale immaginare per maggio-giugno, ripristinando il calendario tradizionale che evita il rischio di esercizio provvisorio che si avrebbe col voto in autunno».

Professor Ceccanti, la legge elettorale approvata garantirà la stabilità, come dice la maggioranza?

La legge sceglie un impianto ambiguo. Se qualcuno vince con più del 42% dei voti validi dà un vincitore. Altrimenti c’è la proporzionale pura. Ma questa ambiguità contraddice le motivazioni della legge. Essa partiva dall’idea, per me condivisibile, che i nostri partiti non siano in grado, soprattutto in questa fase, di stipulare coalizioni post-elettorali, neanche sotto la forma di governi tecnici. Se è così andava previsto il ballottaggio, sia pure con alcuni limiti, quelli evidenziati dalla Corte costituzionale. Altrimenti rischiamo di trovarci esattamente nella situazione a cui ci avrebbe portato la legge Rosato.

Le opposizioni parlano di “legge truffa” e preparano i ricorsi alla Consulta: su quali punti la Corte potrebbe intervenire?

Le opposizioni usano molti argomenti per lo più infondati. Basti pensare a quanto questa legge su alcuni punti sia simile all’Italicum di Renzi, ritenuti peraltro legittimi dalla Corte, come l’entità del premio e il compromesso tra capilista bloccati e preferenze per gli altri. Restano due criticità evidenti: l’eccesso di firme richieste per chi è fuori del Parlamento, 300 mila alla Camera, e l’equilibrio di genere 60-40 che esclude i capilista. Lì i ricorsi sono motivati.

C’è anche un problema di tempi: crede che eventuali correzioni possano avvenire prima del voto?

Le cosiddette correzioni della Corte, in modo auto-applicativo, possono agevolmente intervenire prima del voto che è razionale immaginare per maggio-giugno, ripristinando il calendario tradizionale che evita il rischio di esercizio provvisorio che si avrebbe col voto in autunno. Bisogna anche tenere presente lo scenario peggiore. Le elezioni a giugno potrebbero non dare un esito chiaro se nessuno raggiungesse il 42% e quindi vi potrebbero essere due elezioni in sequenza, una in primavera e una in autunno, come accaduto in Spagna nel 2019.

Se nessuna delle due coalizioni arriva al premio di maggioranza, pensa che sarà un “liberti tutti”, con conseguente scioglimento delle coalizioni?

Secondo me la situazione è molto polarizzata rispetto al passato. Le due leader principali di oggi, Meloni e Schlein, hanno costruito le loro leadership sul rifiuto di governi tecnici e di coalizioni anomale. Per questa ragione lo scenario di mancato raggiungimento della soglia può anche portare all’esplosione delle coalizioni pre-elettorali, in particolare tra Pd e M5S, che potrebbe anche accadere prima del voto, ma non si vede come potete ricomporre in Parlamento. La situazione potrebbe quindi avvitarsi.

Alcuni osservatori fanno notare che la legge elettorale non è normata dalla Costituzione, la quale stabilisce numero di seggi e base di ripartizione (nazionale, regionale, quoziente). È dunque corretto che intervenga in maniera importante, come fatto per Porcellum e Italicum?

La Corte si è sentita in dovere di espandere il proprio ruolo sulla base dei tradizionali canoni di ragionevolezza e proporzionalità e mi sembra che lo abbia fatto in modo sostanzialmente condivisibile, rispettando l’ampia discrezionalità del legislatore. Piuttosto è una parte della politica con una parte della dottrina che vorrebbero piegare la Corte a una giurisprudenza diversa, più restrittiva, basata sul presupposto sbagliato che la Costituzione abbia implicitamente costituzionalizzato la proporzionale. La Costituente non fece affatto questa scelta per il Parlamento nazionale, quando volle farla, per alcuni statuti speciali la fece. E la Corte non l’ha mai convalidata, tant’è che ammise i referendum per il maggioritario e nella sentenza Italicum ammise un premio che dal 40% dei voti arrivasse al 55% dei seggi. Ma l’ha fatto appunto perché non ritiene che la proporzionale sia stata costituzionalizzata. E meno male perché i partiti italiani, specie dopo il 1989, non sono in grado di gestire un sistema proporzionale. Non sono in grado di fare accordi stabili di legislatura e di seguire un rapporto stringente tra consenso, potere e responsabilità per cui, come nei Paesi con la proporzionale, dopo il voto diventa comunque premier il leader indicato prima del voto dal primo partito della coalizione. Se questi requisiti di convenzioni e consuetudini costituzionali da noi non esistono, un sistema proporzionale è semplicemente ingestibile e può portare a crisi di sistema.

Giacomo Puletti Il Dubbio

 

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