Anno: XXVIII - Numero 195    
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Il Csm ora scopre di doversi difendere dai suoi “difensori”

Dalla nomina dell’aggiunto a Bologna alle polemiche sulle mafie al Nord: l’autonomia di Palazzo Bachelet vale di fronte alla politica, ma diventa una colpa se scontenta gli ambienti militanti.

Il Csm ora scopre di doversi difendere dai suoi “difensori”

Raccolte firme, petizioni, articoli sui giornali. Il Csm, ormai giunto alla fine di questa consiliatura, guarda in faccia la realtà, riconoscendo, dopo una strenua battaglia contro la separazione delle carriere, il peso delle correnti e dell’antimafia da salotto. Le pressioni esterne, insomma, sulle nomine, ma anche sulle scelte più “politiche” dell’organo di governo autonomo della magistratura, come quella di ridefinire i territori ad alta intensità mafiosa.

Il Dubbio aveva già evidenziato il passaggio in questione mercoledì scorso, dando conto della polemica sorta attorno alla nomina del procuratore aggiunto di Bologna. Una discussione che ha messo in fila, forse involontariamente, tutto ciò che per anni si è tentato di nascondere, evidenziando una profonda frattura tra una certa antimafia militante e ideologica e la magistratura: tutto va bene fino a quando le toghe assecondano i desiderata di una parte della società. Se però agiscono secondo criteri tecnici e non in linea con le aspettative di chi le osserva dall’esterno, ecco gli insulti. E non arrivano solo dalla politica.

«Sono commoventi questi magistrati o questi “togati” finiti nel Csm per grazia ricevuta. Commoventi per i loro tonitruanti pigolii in difesa delle stupidaggini che sono uscite loro di bocca sulla mafia al nord. Commoventi in questo strenuo esercizio di “ignoranza militante” (copyright di Barbara Spinelli). Non sanno praticamente nulla, ma parlano, oh quanto parlano, loro e i loro ventriloqui. E siccome sono originali e di intelligenza scintillante citano Sciascia»: queste le parole che il sociologo Nando Dalla Chiesa scagliava mesi fa contro il Csm, mostrando anche una singolare confusione sui ruoli di chi siede in plenum. Ma soprattutto, la durezza dell’attacco stride con la ratio della delibera contestata, che non tracciava una mappa delle mafie in Italia, bensì individuava, sulla base di indicatori istituzionali omogenei, gli uffici nei quali una specifica esperienza professionale deve assumere particolare rilievo nella selezione dei dirigenti. Una delibera contestabile, come qualsiasi altra, ma la stessa si è trasformata in un randello contro il Csm, reo di agire in autonomia.

Al culmine del dibattito sulla raccolta firme contro Stefano Dambruoso, poi nominato procuratore aggiunto, e a favore di Beatrice Ronchi, iniziativa definita da più parti un tentativo indebito di condizionare il Csm, è arrivato l’intervento di Eligio Paolini, togato di Magistratura indipendente, contro le affermazioni di Dalla Chiesa: senza nominarlo direttamente, ne ha ripreso le parole per contestarne il contenuto. Più che una “vendetta”, una replica che riporta al centro una questione essenziale: fino a che punto la critica pubblica resta tale e quando, invece, diventa uno strumento di pressione sull’organo di autogoverno?

«Tanto ha fatto discutere quella delibera – ha esordito Paolini –. In definitiva non cambia nulla nelle valutazioni, salvo rendere le stesse più certe e oggettive con un aggancio sicuro a una delibera che il Consiglio può modificare quando ritiene, ma che deve rapportarsi a dati altrettanto oggettivi». L’atto, ha spiegato, non intendeva «dare patente di mafiosità ad alcuni territori a dispetto di altri». Perché, seguendo le interpretazioni circolate sui giornali, tutta l’Italia dovrebbe essere considerata ad alta intensità mafiosa, con il rischio di creare una carriera parallela per chi svolge attività nelle Dda: un pm più pm degli altri, nonostante i magistrati si distinguano per funzione e ruolo.

«Nonostante fosse chiarissimo dal contenuto della delibera – ha aggiunto Paolini – si generava una campagna di stampa negativa», con titoli come «Il Csm cancella la mafia al Nord» (Repubblica), «Il Csm non valuta l’Emilia una terra ad alto rischio mafia», «La mafia non esiste al Nord» e «Il Csm rimuove 10.000 indagini» (Il Fatto Quotidiano). È questo il punto che interessa: giornali schierati a difesa dell’attuale assetto del Csm nella battaglia contro la separazione delle carriere, per salvarlo dall’ineluttabile “condizionamento politico”, si sono rivoltati contro il Csm quando una sua decisione è stata giudicata inaccettabile, contribuendo a una campagna che, al di là delle intenzioni dichiarate, rischiava di condizionarne l’operato.

Sit-in organizzati da Libera, flash mob e articoli dai toni durissimi hanno alimentato la polemica, con intellettuali pronti ad accusare il Consiglio di sbagliare «sapendo di sbagliare». Non è la prima volta che il dibattito pubblico si trasforma in un tentativo di orientare le scelte del Csm. Anche attorno a diverse nomine – da decidere per acclamazione popolare – o al documento contro la gogna mediatica la campagna stampa era stata martellante, nel tentativo di indurre un dietrofront. Un precedente significativo: l’autonomia del Consiglio viene difesa con vigore quando è ritenuta minacciata dalla politica, mentre sembra diventare meno importante quando a contestarne le decisioni sono giornali, associazioni o intellettuali vicini alla magistratura.

A nulla è valso il tentativo di riportare la discussione sui termini della delibera, come aveva fatto il vicepresidente Fabio Pinelli in un’intervista alla Stampa. «La delibera non è una mappa aggiornata della presenza della mafia in Italia, ma ha il fine di circoscrivere l’applicazione del testo unico dirigenti sulla pregressa esperienza acquisita per candidarsi a ricoprire determinati ruoli direttivi», aveva chiarito. «È chiaro che la mafia è un fenomeno globale, ma ogni territorio in cui si registrano episodi criminali riconducibili a contesti mafiosi non può essere qualificato come tale. Come ammoniva Sciascia, “se tutto è mafioso, nulla è mafioso”». Un chiarimento che aveva suscitato la reazione di Dalla Chiesa, spingendolo a piegare a sua volta Sciascia dentro la polemica.

«Mi pare che a parlare troppo non sia stato il Consiglio», ha osservato Paolini in plenum, giudicando l’attacco di una violenza tale da lasciare esterrefatti. «La verità vera è che c’è chi non ha studiato il testo unico della dirigenza e non ne ha compreso la portata, il significato, l’implicazione organizzativa e in definitiva non sa di cosa parla. Attaccare con questa violenza e con questa – questa sì – ignoranza militante può essere vantaggioso per la propria notorietà, ma non certo per la lotta alla mafia. Anzi, la risposta pura e semplice a costoro è: prima studiare e poi parlare. Tutti hanno il diritto di avere un’opinione, ma ciascuno ha il dovere di averla informata».

Si può senz’altro criticare una decisione del Csm. Ma il punto è chiedersi se la difesa dell’autonomia della magistratura valga sempre o soltanto quando le decisioni sono gradite. E l’autonomia del Csm non può essere difesa contro le ingerenze della politica per poi essere messa in discussione quando a esercitare pressioni sono ambienti che si considerano dalla parte giusta.

Di Simona Musco su Il Dubbio

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