Lo Stato non paga? Gli avvocati salvano la pensione
Compensati oltre 20 milioni. Ma il credito per il lavoro svolto non può diventare un’attesa senza fine.
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C’è un paradosso tutto italiano nella vicenda dei compensi per il patrocinio a spese dello Stato: gli avvocati garantiscono il diritto alla difesa anche a chi non può permettersi di pagare un legale, svolgono il proprio lavoro, maturano un credito riconosciuto e poi devono aspettare che la pubblica amministrazione trovi il tempo e le risorse per saldare il conto. Nel frattempo, però, le scadenze non aspettano. I contributi previdenziali vanno versati, le imposte devono essere pagate, gli studi professionali devono restare aperti. È il professionista, ancora una volta, a dover assorbire le conseguenze dei ritardi dello Stato.
La compensazione dei crediti con i contributi dovuti a Cassa Forense rappresenta una risposta concreta a questa distorsione. Oltre 20 milioni di euro già compensati dimostrano che lo strumento è utilizzato e risponde a un’esigenza reale. La seconda finestra operativa del 2026, aperta fino al 31 ottobre, offre agli avvocati un’ulteriore opportunità per trasformare somme ancora da riscuotere in contribuzione previdenziale utile alla costruzione della futura pensione.
È un risultato che merita di essere riconosciuto. Cassa Forense ha sostenuto nel 2023 il percorso normativo che ha consentito di estendere la compensazione anche agli obblighi previdenziali, ampliando le possibilità di utilizzo dei crediti maturati. In questo modo, una parte del problema viene affrontata con uno strumento che consente ai professionisti di non restare completamente schiacciati tra crediti pubblici inevasi e debiti privati da onorare. La misura riguarda anche i professionisti in regime forfettario e coloro che esercitano in forma associata, allargando la platea degli interessati.
Ma attenzione a non confondere il rimedio con la soluzione. Se un avvocato deve utilizzare un credito che lo Stato non gli ha ancora pagato per assolvere un obbligo previdenziale, il sistema ha trovato una modalità per evitare che il ritardo produca ulteriori difficoltà. Non ha però eliminato la causa di quelle difficoltà. Il denaro non è arrivato sul conto corrente del professionista: è stato riconosciuto un meccanismo per impiegarlo nel pagamento di obbligazioni dovute. È una differenza sostanziale, soprattutto per chi deve sostenere le spese quotidiane dello studio e garantire continuità alla propria attività.
La questione, dunque, non è soltanto previdenziale. È una questione di rispetto del lavoro professionale e, prima ancora, di credibilità delle istituzioni. Il patrocinio a spese dello Stato non è un favore concesso agli avvocati, né un’attività accessoria da remunerare quando gli uffici riescono a completare le procedure amministrative. È uno strumento essenziale per rendere effettivo il diritto alla difesa. Senza professionisti disposti ad assumersi questo compito, la tutela giudiziaria rischia di diventare un principio solenne sulla carta e molto più fragile nella realtà.
Per questo non basta celebrare i risultati della compensazione. Occorre continuare a chiedere tempi certi per la liquidazione dei compensi, procedure amministrative più snelle e una responsabilità pubblica capace di misurarsi anche sulla puntualità dei pagamenti. Non è ragionevole che chi assicura un servizio indispensabile alla collettività debba trasformarsi in finanziatore involontario della macchina statale. E non è accettabile che l’incertezza degli incassi finisca per ripercuotersi sulla regolarità contributiva, sulla liquidità degli studi e, in prospettiva, sulla sicurezza previdenziale dei professionisti.
La presidente di Cassa Forense, Maria Annunziata, ha richiamato proprio l’esigenza di semplificare la vita professionale degli avvocati, sottolineando il valore della compensazione per la futura pensione. È una direzione utile, che dovrebbe accompagnarsi a un impegno altrettanto deciso sul fronte dei pagamenti. La previdenza è fondamentale, ma non può diventare il luogo nel quale si scaricano le conseguenze di inefficienze che il professionista non ha né provocato né la possibilità di risolvere.
La scadenza del 31 ottobre va quindi presa sul serio da chi possiede crediti utilizzabili e intende regolarizzare la propria posizione. Verificare gli importi disponibili, gli obblighi contributivi e le modalità operative è un passaggio importante. Ma la questione politica e professionale resta aperta: una categoria che lavora per garantire un diritto costituzionale non dovrebbe essere costretta a inseguire il debitore pubblico per proteggere la propria pensione.
Il bilancio, allora, è duplice. Da una parte, la compensazione offre un’opportunità concreta e i 20 milioni già utilizzati ne testimoniano la portata. Dall’altra, resta una contraddizione che non può essere archiviata come un semplice problema burocratico. Gli avvocati possono mettere al riparo una parte della propria contribuzione, ma lo Stato deve ancora dimostrare di saper pagare puntualmente il lavoro che riconosce.
Una pensione si costruisce con i contributi. La fiducia nelle istituzioni, invece, si costruisce rispettando gli impegni. E lo Stato dovrebbe essere il primo a dare l’esempio.
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