Anno: XXVIII - Numero 189    
Martedì 6 Ottobre 2026 ore 13:30
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Medici: l’ospedale non è più casa loro

Stiamo pagando per formare medici che poi lasciamo scappare.

Medici: l’ospedale non è più casa loro

Non quando sono a fine carriera, non quando hanno già dato tutto: li perdiamo a 48 anni, nel pieno della maturità professionale, dopo aver investito anni e risorse nella loro formazione.

Nel 2025 quasi 3.800 medici hanno scelto volontariamente di lasciare il Servizio sanitario nazionale. Sono più di quelli usciti per pensionamento. Un dato che dovrebbe bastare, da solo, a certificare il fallimento di una politica che continua a parlare di «carenza di medici» senza affrontare fino in fondo la domanda più scomoda: perché quelli che abbiamo non vogliono più restare?

Il problema, ormai, non è soltanto quanti medici entrano nel sistema. È quanti ne escono. E soprattutto perché.

Pierino Di Silverio, segretario nazionale di Anaao Assomed, lo dice con una frase che dovrebbe suonare come un allarme: «Non abbiamo più tempo per noi stessi».

Non è soltanto una rivendicazione salariale. Anzi. Il dato più significativo dell’intervista è proprio il cambiamento delle priorità. Otto anni fa, dice Di Silverio, avrebbe indicato soprattutto lo stipendio. Oggi indica l’organizzazione e, prima ancora, il tempo.

Il tempo per curare. Il tempo per ascoltare. Il tempo per lavorare senza essere sommersi dalla burocrazia. Ma anche il tempo per vivere.

Quando un medico arriva a scegliere un altro lavoro, un’altra struttura, un altro Paese perché l’ospedale gli ha sottratto persino il tempo personale, significa che il problema non è più soltanto quanto guadagna. Significa che è venuto meno qualcosa nel rapporto tra professionista e istituzione.

E allora la domanda è inevitabile: che cosa stiamo facendo per trattenere i medici che abbiamo già formato?

Perché c’è una contraddizione che la politica sanitaria non può più ignorare. Da una parte si discute, giustamente, di aumentare il numero dei medici e di ampliare la formazione. Dall’altra si lascia che professionisti di 40, 45, 50 anni abbandonino l’ospedale pubblico.

È come riempire una vasca mentre si lascia aperto lo scarico.

Il problema diventa ancora più grave quando a partire sono proprio le specialità più esposte: chirurgia, pronto soccorso, anestesia. Sono i settori nei quali pesano maggiormente responsabilità, aggressioni, denunce, turni, carichi di lavoro e difficoltà organizzative.

Non dovrebbe sorprendere, allora, che i giovani guardino con maggiore cautela a quelle specializzazioni. Se il messaggio che arriva è che più responsabilità significa più rischio e meno qualità della vita, la risposta dei professionisti non può essere ignorata.

C’è poi il capitolo delle aggressioni. Anche qui il medico rischia di diventare il parafulmine di un sistema che non funziona. Il paziente aspetta mesi una prestazione, non trova un posto letto, incontra liste d’attesa interminabili e alla fine incontra il medico. È lì che si scarica una frustrazione prodotta altrove.

Il medico diventa così il volto di un disservizio che non ha creato.

E quando quello stesso medico si sente poco protetto, poco riconosciuto e sempre più schiacciato dalla burocrazia, la fuga diventa una possibilità concreta.

La Svizzera, la Germania, la Spagna non devono necessariamente essere considerate soltanto concorrenti che ci sottraggono professionisti. Sono anche lo specchio di ciò che un medico cerca: retribuzione, organizzazione, welfare, conciliazione tra vita e lavoro e riconoscimento professionale.

Il punto, dunque, non è soltanto convincere un medico a restare in Italia. È convincerlo a restare nell’ospedale pubblico.

Perché «ovunque, purché fuori dall’ospedale», come sintetizza Di Silverio, è una frase che dovrebbe preoccupare molto più dei tradizionali allarmi sulla carenza di personale.

E c’è un’altra questione che non può essere rimossa: la geografia della fuga. Il fenomeno non riguarda più soltanto le regioni meridionali. Arriva anche in territori che per anni sono stati considerati modelli di organizzazione sanitaria.

Quando perfino i benchmark cominciano a perdere attrattività, significa che non siamo davanti a un problema locale. È il modello ospedaliero nel suo complesso a essere sotto pressione.

Il rischio è quello di un circolo vizioso: meno medici, più lavoro per quelli che restano; più lavoro, più stress; più stress, più abbandoni. E ogni medico che esce porta con sé non soltanto una casella vuota in organico, ma anni di esperienza che non possono essere sostituiti dall’oggi al domani.

Per questo la prossima legge di bilancio può essere un passaggio importante, ma non può ridursi alla busta paga.

Adeguare le retribuzioni agli standard europei è necessario. Ma non basta aumentare lo stipendio se il medico continua a lavorare in un’organizzazione che gli impedisce di fare il medico.

La vera sfida è restituire all’ospedale la sua funzione: essere il luogo nel quale un professionista possa curare, assumersi responsabilità, crescere professionalmente e contemporaneamente avere una vita.

Non è nostalgia. È politica sanitaria.

Il Servizio sanitario nazionale non perde soltanto medici. Rischia di perdere la sua capacità di trattenere competenze, esperienza e motivazione.

E qui la frase finale di Di Silverio assume un significato che va oltre la categoria: «Quando il tempo è troppo lungo rischi di chiudere il recinto quando i buoi sono scappati».

La politica sanitaria ha ancora tempo per intervenire. Ma il tempo, ormai, è diventato precisamente ciò che manca ai medici.

E sarebbe un paradosso imperdonabile accorgersene soltanto quando saranno già andati via.

 

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