Bilanci, la partita adesso diventa politica
FdI difende l’articolo 13: ora il Parlamento dovrà scegliere tra competenze e mercato.
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La guerra sui bilanci ha finalmente smesso di essere una guerra tra Ordini professionali. Adesso è una partita politica. E la presa di posizione di Fratelli d’Italia lo certifica.
La senatrice Paola Mancini non si limita a difendere l’articolo 13: annuncia che, quando il Ddl Concorrenza arriverà al Senato, lavorerà perché quella norma resti in piedi. È un salto di qualità che cambia il peso dello scontro.
Per giorni commercialisti e consulenti del lavoro si sono fronteggiati sul terreno delle competenze. I primi chiedono lo stralcio, sostenendo che il deposito del bilancio non sia una banale operazione telematica e comporti responsabilità che richiedono una specifica preparazione economico-contabile. I secondi replicano che il bilancio viene formato e approvato prima del deposito e che la loro categoria possiede già competenze fiscali, contabili e societarie.
Fin qui, una classica guerra di confine tra professioni.
Ma adesso il confine è diventato politico.
FdI sceglie di difendere l’impostazione del Ddl Concorrenza e, così facendo, mette sul tavolo una domanda che gli Ordini preferirebbero probabilmente non affrontare in questi termini: chi deve essere tutelato, la competenza professionale o la riserva di mercato?
La distinzione non è semantica. È il cuore della partita.
Perché se il deposito di un bilancio già formato e approvato viene considerato, in quanto tale, un’attività riservata, bisogna spiegare quale sia il fondamento di quella riserva e quale interesse pubblico venga concretamente protetto. Se invece si sostiene che l’apertura ad altre professioni possa creare rischi, allora occorre indicare con precisione quali responsabilità, quali controlli e quali requisiti debbano accompagnare l’estensione.
Insomma, meno slogan e più regole.
La lettera del presidente del Cndcec Elbano de Nuccio alla presidente del Consiglio e ai ministri competenti dimostra che i commercialisti hanno compreso perfettamente la posta in gioco. Non è più soltanto una norma tecnica. È una questione di perimetri professionali e, soprattutto, di accesso al mercato.
Ed è qui che la posizione di Fratelli d’Italia diventa politicamente ingombrante.
Perché mette la maggioranza davanti a una scelta concreta: difendere l’impianto dell’articolo 13 oppure raccogliere le richieste di chi ne chiede la cancellazione. E il fatto che nella stessa maggioranza emergano anche perplessità, come quelle espresse dalla Lega, rende il quadro ancora più interessante.
La battaglia, insomma, è appena cominciata.
E sarebbe un errore leggerla come l’ennesimo duello tra commercialisti e consulenti del lavoro. In gioco c’è qualcosa di più grande: la capacità della politica di stabilire se l’apertura della concorrenza debba fermarsi davanti ai confini tradizionali delle professioni oppure se quei confini debbano essere ridisegnati alla luce delle competenze effettivamente possedute.
Il punto, alla fine, è brutale nella sua semplicità: una professione non può difendere il proprio mercato soltanto chiamandolo competenza. Ma neppure il mercato può diventare un alibi per ignorare la competenza.
Ora la parola passa al Parlamento. E lì, per la prima volta, gli Ordini non potranno essere gli unici arbitri della partita.
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