Anno: XXVIII - Numero 187    
Venerdì 2 Ottobre 2026 ore 13:30
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De Nuccio mobilita la base, ma la partita ormai è politica

Quando un presidente di categoria porta la protesta dagli organismi nazionali a tutti gli Ordini territoriali, scrive ai vertici del Governo e chiama a raccolta l'intera professione, significa che la partita è arrivata a un punto delicato.

De Nuccio mobilita la base, ma la partita ormai è politica

È esattamente quello che sta facendo Elbano de Nuccio.

Sul deposito dei bilanci, il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti ha scelto di alzare il livello dello scontro. Il Cndcec ha chiesto al Governo di intervenire sull’articolo 13 del Ddl Concorrenza e, contemporaneamente, la mobilitazione si è estesa sul territorio. I Coordinamenti regionali degli Ordini hanno sottoscritto un documento di sostegno alla posizione del Consiglio nazionale.

Il messaggio politico della categoria è evidente: su questa norma i commercialisti non intendono arretrare.

Ma c’è un altro dato, altrettanto evidente, che merita di essere messo in primo piano: mentre la categoria fa quadrato, la maggioranza non parla con una voce sola.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui la mobilitazione di de Nuccio assume un significato che va oltre la normale difesa degli interessi professionali.

La senatrice di Fratelli d’Italia Paola Mancini ha dichiarato che l’articolo 13 deve restare e ha annunciato che lavorerà in Senato perché la norma venga difesa. La sua argomentazione è precisa: il deposito sarebbe l’ultimo passaggio di attività che i Consulenti del lavoro già svolgono e la disposizione non introdurrebbe una nuova competenza, ma ne riconoscerebbe una già esercitata.

Non è una sfumatura.

È una posizione politica esattamente opposta a quella del Cndcec.

E arriva da una parlamentare di Fratelli d’Italia, dunque da una componente della maggioranza che sarà chiamata a confrontarsi con il provvedimento nel suo iter parlamentare.

Dall’altra parte, Andrea de Bertoldi, deputato della Lega in Commissione Finanze, ha espresso perplessità sulla disposizione e ha dichiarato di condividere le osservazioni di de Nuccio, chiedendo a Governo e Parlamento di approfondire competenze professionali e garanzie per le imprese.

Ecco il punto.

De Nuccio può mobilitare gli Ordini. Ma non può mobilitare il Parlamento.

Il Parlamento dovrà decidere sulla norma e, almeno nelle posizioni pubblicamente espresse finora, la maggioranza non appare compatta.

Per questo la grande mobilitazione dei commercialisti è tutt’altro che un dettaglio organizzativo. È il segnale che il Cndcec ha scelto di mettere in campo tutto il proprio peso istituzionale e territoriale per provare a condizionare l’esito della partita.

Ed è qui che l’editoriale deve essere netto.

Non c’è nulla di sorprendente nel fatto che un Consiglio nazionale difenda le competenze della propria professione. È precisamente una delle sue funzioni. Ma quando quella difesa diventa una mobilitazione nazionale degli Ordini, mentre una parte della maggioranza dichiara apertamente di voler mantenere la norma, si può leggere la mobilitazione anche come la presa d’atto che la partita non è affatto chiusa.

I commercialisti stanno facendo quadrato perché la questione non si risolverà più soltanto sul terreno delle argomentazioni tecniche.

Il Cndcec sostiene che il bilancio non sia un semplice adempimento telematico e che il deposito si inserisca nel sistema della pubblicità legale dell’impresa, con responsabilità che richiedono specifiche competenze. I Consulenti del lavoro ribattono che l’articolo 13 non attribuirebbe loro la redazione o la certificazione del bilancio, ma soltanto il deposito di un documento già formato e approvato.

Questa è la vera linea di frattura.

Non una guerra semantica tra due Albi, ma una domanda concreta: chi deve poter compiere quell’ultimo passaggio?

La risposta dei commercialisti è: chi possiede la formazione e le competenze specifiche legate al bilancio.

La risposta dei Consulenti del lavoro è diversa: se il bilancio è già formato e approvato, il deposito costituisce un adempimento distinto e può essere svolto anche da chi assiste già l’impresa in altri ambiti.

La politica dovrà scegliere quale impostazione tradurre in legge.

Ed è qui che la strategia di de Nuccio incontra il suo limite.

La forza organizzativa non coincide automaticamente con la forza parlamentare.

Un documento firmato dagli Ordini ha un peso politico. Una mobilitazione territoriale ha un peso politico. Una categoria compatta ha un peso politico.

Ma nessuno di questi elementi sostituisce il voto dei parlamentari.

E la dichiarazione di Mancini dimostra che, almeno su questo punto, il fronte politico non coincide con quello professionale dei commercialisti.

È questo il dato che rende la vicenda interessante.

De Nuccio sta cercando di trasformare la protesta di una categoria in una questione nazionale. Sta dicendo al Governo e al Parlamento che dietro la norma non c’è un semplice ampliamento delle possibilità operative per un’altra professione, ma una modifica dell’equilibrio tra competenze, formazione e responsabilità.

È una tesi forte.

Ma dall’altra parte c’è una tesi altrettanto politica: se il Ddl Concorrenza punta ad ampliare la libertà di scelta delle imprese, perché impedire a una piccola azienda di affidare il deposito al professionista che già la segue per altri adempimenti?

È esattamente l’argomento utilizzato da Mancini.

E dunque la battaglia cambia natura.

Non è più soltanto commercialisti contro Consulenti del lavoro.

È competenza contro concorrenza. È tutela delle riserve professionali contro ampliamento del mercato. È continuità dell’assetto attuale contro una diversa distribuzione delle funzioni.

Su questo terreno, però, la mobilitazione della categoria non basta.

Anzi, proprio perché la politica si è divisa, la pressione territoriale di de Nuccio assume un significato preciso: portare a Roma il peso di una professione che vuole far sapere ai parlamentari che questa norma non passerà senza una battaglia.

È legittimo.

È comprensibile.

Ma è anche il segnale che il presidente del Cndcec ha capito che la partita si decide altrove.

Non negli Ordini. Non nei comunicati. Non nelle assemblee.

In Parlamento.

E allora la domanda non è se i commercialisti siano compatti. Lo sono.

La domanda è se questa compattezza riuscirà a tradursi in una modifica concreta del testo.

Per ora non c’è alcuna certezza.

C’è invece una certezza politica: i Consulenti del lavoro difendono l’articolo 13, Fratelli d’Italia ha già espresso pubblicamente l’intenzione di difenderlo e nella Lega è arrivata una richiesta di approfondimento che guarda con attenzione alle ragioni dei commercialisti.

Il resto sarà il Parlamento a scriverlo.

Per questo de Nuccio mobilita la base.

E più la mobilita, più rende evidente che questa volta non è in gioco soltanto una competenza professionale: è in gioco la capacità del Cndcec di trasformare il peso di una categoria in una scelta legislativa.

La partita, insomma, è aperta.

E la conta vera deve ancora cominciare.

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