Avvocati, la ricchezza resta per pochi
Il Pil forense cresce, ma oltre 115mila legali dichiarano meno di 21mila euro.
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Il PIL dell’avvocatura cresce, ma la ricchezza prodotta non sembra distribuire i suoi benefici lungo tutta la professione. È questa la contraddizione più clamorosa che emerge dai numeri di Cassa Forense e Censis e che dovrebbe essere messa al centro di qualsiasi discussione seria sulla riforma dell’ordinamento forense. Perché dietro gli 11,2 miliardi di euro di PIL dell’avvocatura raggiunti nel 2024, dietro quell’indice salito a 187 dal 2000 contro il 109,6 dell’economia italiana, dietro la resilienza dimostrata anche durante la pandemia e dietro la crescita registrata negli ultimi anni, c’è un’altra realtà, molto meno celebrata e decisamente più inquietante: 115.783 avvocati dichiarano un reddito inferiore a 21.233 euro. E non stiamo parlando di una piccola minoranza in difficoltà, ma di una massa enorme di professionisti che rischia di essere schiacciata dalla crescente polarizzazione economica della professione. È qui che finisce la retorica sulla crescita e comincia la realtà. Perché un settore può produrre sempre più ricchezza e contemporaneamente vedere una parte consistente dei suoi protagonisti diventare sempre più povera. Le due cose non sono affatto incompatibili. Anzi, i dati sembrano raccontare proprio questo. L’avvocatura italiana appare ormai divisa in due: da una parte una componente minoritaria, strutturata, organizzata, tecnologicamente attrezzata e capace di intercettare una quota crescente del valore prodotto; dall’altra una platea vastissima di professionisti che combatte quotidianamente con redditi insufficienti, ritardi nei pagamenti, costi crescenti, burocrazia, concorrenza e incertezza sul futuro. Il problema, dunque, non è che l’avvocatura produca troppa poca ricchezza. Il problema è che la ricchezza prodotta non sembra tradursi in un miglioramento generalizzato delle condizioni economiche della categoria. E questa è una questione che la politica forense non può continuare a eludere. Il Rapporto Avvocatura 2026, realizzato da Cassa Forense con la collaborazione del Censis, fotografa del resto una professione attraversata da forti tensioni. Gli stessi avvocati indicano tra i principali fattori di rischio per la sostenibilità economica il ritardo nei pagamenti da parte degli assistiti, gli adempimenti amministrativi e fiscali e l’elevata concorrenza determinata dal numero degli iscritti. A questi si aggiungono l’instabilità normativa, la durata dei processi, gli elevati costi della giustizia, l’avanzata dei servizi legali non tradizionali e l’intelligenza artificiale. È un elenco che dovrebbe far riflettere. Perché descrive una professione che, mentre aumenta il proprio valore complessivo, vede crescere anche le condizioni che possono mettere in difficoltà soprattutto gli studi più piccoli e i professionisti economicamente più fragili. E allora la domanda sulla riforma dell’ordinamento forense diventa inevitabile: questa riforma riduce la distanza tra l’avvocatura forte e quella debole oppure rischia di renderla ancora più profonda? È una domanda scomoda, ma non può essere evitata. Dopo l’approvazione della legge delega e mentre circola la bozza del decreto legislativo, sarebbe troppo facile limitarsi a discutere di nuove regole, competenze, organizzazione, specializzazioni e modernizzazione della professione. Tutto importante, certamente. Ma una riforma dell’avvocatura dovrebbe innanzitutto interrogarsi sulle condizioni reali nelle quali vive la maggioranza degli avvocati. Se oltre 115mila professionisti dichiarano meno di 21.233 euro, il primo problema non può essere soltanto quello di rendere più moderno l’ordinamento. Deve essere anche quello di rendere economicamente sostenibile l’esercizio della professione. Altrimenti si rischia di costruire una modernizzazione a due velocità: straordinariamente favorevole per chi dispone già di strutture, capitali, organizzazione e capacità di investimento; molto più difficile per chi lavora da solo, con margini ridotti e redditi insufficienti. L’intelligenza artificiale, in questo senso, può diventare una straordinaria opportunità, ma anche un ulteriore moltiplicatore delle disuguaglianze. Chi dispone delle risorse per investire nelle nuove tecnologie potrà aumentare produttività, capacità organizzativa e competitività. Chi non può farlo rischia invece di essere progressivamente espulso dalle fasce più redditizie del mercato. La tecnologia, dunque, non è neutrale rispetto alla distribuzione della ricchezza. Può aumentare il valore prodotto, ma non garantisce automaticamente che quel valore venga distribuito in modo più equilibrato. E qui ritorna il grande equivoco sul PIL dell’avvocatura. Se l’indice è salito a 187 mentre quello dell’economia italiana è rimasto a 109,6, bisogna certamente considerarlo un risultato positivo. Ma quel numero, da solo, non racconta la condizione economica dei singoli professionisti. Un PIL che cresce non dice chi incassa quella crescita, quali fasce reddituali ne beneficiano, quanti professionisti riescono a trasformare l’aumento del valore prodotto in reddito e quanti invece rimangono ai margini. Confondere la crescita complessiva con il benessere diffuso sarebbe un errore economico prima ancora che politico. Lo stesso Rapporto CNEL sulla produttività ricorda che la crescita non dipende da un solo fattore, ma dall’interazione tra innovazione, capitale umano, organizzazione, infrastrutture, concorrenza, formazione e qualità delle istituzioni. È una lezione che vale anche per l’avvocatura. Non basta aumentare la produttività degli studi più forti per poter dire che l’intera professione sta meglio. Occorre creare le condizioni affinché la produttività diventi reddito, e affinché il reddito diventi sostenibilità professionale e previdenziale anche per chi oggi si trova nella parte bassa della distribuzione. Perché c’è un’altra bomba a orologeria che non può essere ignorata: la previdenza. Una professione nella quale diminuiscono gli iscritti, aumenta l’età media, crescono i pensionati e contemporaneamente una parte consistente degli attivi registra redditi molto bassi rischia di mettere sotto pressione, nel medio e lungo periodo, l’equilibrio del sistema previdenziale. Non è un problema teorico. È una questione che riguarda direttamente il futuro della categoria. Meno professionisti giovani, più pensionati e una platea significativa di contribuenti con redditi bassi significa inevitabilmente una base contributiva più fragile. E allora la distribuzione della ricchezza non è soltanto una questione di equità. Diventa una questione di sopravvivenza del sistema. Anche per questo la riforma dell’ordinamento forense dovrebbe essere valutata non soltanto per le innovazioni normative che introduce, ma per la sua capacità di affrontare questa frattura economica. Nel frattempo anche la giustizia italiana mostra segnali di miglioramento, come certificato dall’ISTAT. Nel 2025 sono serviti mediamente 1.789 giorni per concludere un procedimento civile che attraversi tutti i gradi di giudizio, contro i 2.512 del 2019. Nel penale si è passati da 1.392 a 958 giorni. È un miglioramento importante e va riconosciuto. Ma quasi cinque anni per una controversia civile che attraversi l’intero sistema giudiziario restano un tempo enorme. E la durata della giustizia continua inevitabilmente a incidere sull’attività degli avvocati, sulla fiducia dei cittadini e sull’economia degli studi. Anche sotto questo profilo, quindi, la strada da percorrere è ancora lunga. Il punto vero è che l’avvocatura non può essere raccontata soltanto attraverso i suoi vertici. Non può essere identificata con gli studi più prestigiosi, con i professionisti dai redditi più elevati, con le grandi strutture o con la parte della categoria che ha già imboccato con successo la strada della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale. Quella è una parte dell’avvocatura. Ma non è tutta l’avvocatura. La maggioranza silenziosa dei professionisti che fatica a raggiungere redditi dignitosi non può diventare una semplice nota a margine delle statistiche. Quei 115.783 avvocati sotto i 21.233 euro rappresentano il vero banco di prova della riforma. Se la riforma saprà offrire loro nuove opportunità, maggiore sostenibilità, strumenti per competere e condizioni economiche più solide, allora potrà essere considerata una vera riforma. Se invece finirà per rendere ancora più forte chi è già forte, lasciando indietro chi è già debole, avrà semplicemente istituzionalizzato la spaccatura dell’avvocatura. E sarebbe un risultato gravissimo. Perché non basta che cresca il PIL dell’avvocatura. Deve crescere anche la capacità della professione di distribuire opportunità, reddito e futuro. Altrimenti dietro il successo dei numeri continueremo ad avere una professione sempre più ricca ai vertici e sempre più fragile alla base. E questa non è crescita. È polarizzazione.
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