Regionali senza sorprese: Veneto a destra, Campania e Puglia al centrosinistra
Matteo Salvini è il capo della Lega. Però la Lega non è Matteo Salvini: è il “partito del Nord”, del quale il veneto Luca Zaia è non il leader ma una sorta di amministratore delegato.
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È grazie a lui se in Veneto non solo Stefani trionfa ma la Lega surclassa FdI quasi doppiandola, con oltre il 35% contro il 18% della premier. Salvini tira il sospiro di sollievo e per la premier, lo sfondamento leghista comporterà qualche problema: il progetto di circondare Stefani con tutti assessori tricolori come “risarcimento” per la sofferta rinuncia alla candidatura, cioè alla presidenza perché in Veneto non c’è partita, dovrà essere probabilmente rivista.
Quando arriverà il momento di votare in Lombardia, la Lega tenterà certamente di non rispettare l’accordo che assegnerebbe quella candidatura ai tricolori ma di qui al voto lombardo manca troppo e troppe cose possono succedere per parlarne seriamente con tanto anticipo. Molto prima il Carroccio batterà i pugni per ottenere l’applicazione dell’autonomia differenziata nelle materie che non prevedono la definizione ancora in alto mare dei Lep.
Certo, la platea è ristretta rispetto a cinque anni fa e l’astensionismo da brivido, come del resto anche nelle altre due regioni al voto. In Veneto ha votato il 44,20% degli elettori rispetto al 61,93% dell’ultima prova regionale. Un salasso, In Puglia il 42,24%, circa 11 punti percentuali in meno rispetto a cinque anni fa. Situazione quasi identica in Campania, dove ha votato il 42,17% contro il precedente 53,39%. Ma era non prevedibile bensì ampiamente previsto.
La tendenza a disertare le urne è nota e ormai radicata. Elezioni senza storia come queste, o meglio con una storia visibile solo per chi con gli equilibri sottili della politica abbia dimestichezza, non potevano certo invertire la tendenza. Senza storia, per quanto riguarda il bersaglio grosso, la conquista delle presidenze di regione, queste elezioni lo sono state davvero. Neppure un attimo di suspense, un secondo di incertezza. Ha vinto che si sapeva che avrebbe vinto: il leghista Stefani per il centrodestra in Veneto, il pentastellato Fico in Campania, il Pd Decaro in Puglia. Hanno vinto tutti sul velluto, con una trentina di punti percentuali di vantaggio Stefani e Decaro, intorno ai venti invece Fico.
Il nemico di Decaro era l’astensionismo. È stato più alto di quanto sperasse ma più basso di quanto temesse, soprattutto tenendo conto dell’effetto soporifero dovuto all’assenza di suspence. Ha comunque le carte in regola per tentare la scalata ai vertici del Nazareno che secondo pareri unanimi progetta. Ma è storia di domani: se ne parlerà, semmai, nella prossima legislatura.
La Campania era l’esame decisivo per il Campo Largo. La sconfitta di Fico lo avrebbe chiuso per sempre ma si trattava di un’eventualità remota nonostante il tentativo disperato della destra di riaprire la partita in extremis con la promessa del condono edilizio. Ma un risultato troppo deludente per i 5S, specchio di un elettorato indisponibile a votare l’alleanza del Pd persino con un proprio candidato in campo, avrebbe avuto conseguenze se non altrettanto letali quanto meno minacciose.
Non è andata così. Il Movimento perde voti rispetto al 20% di cinque anni fa però mantiene le due cifre e per il Campo di Elly è semaforo verde. Più precisamente è lo sparo d’inizio per la definizione di un’alleanza che sinora non era mai stata certificata e adesso lo è. Il Pd, accorso in massa a Napoli, esulta: «In Campania ha perso il governo che candidava un viceministro. La partita per le politiche è aperta». Non sarà un percorso privo di ostacoli. Non è affatto detto, e anzi non è più neppure probabile, che Elly Schlein venga indicata, se sarà necessario con la nuova lista elettorale, come candidata premier. Conte la insidierà: non è escluso che ce la faccia e non è neppure escluso che la sola via per risolvere il duello sia ricorrere a un terzo nome gradito a entrambi i contendenti.
Va detto che dopo il voto le già notevoli probabilità di una riforma elettorale sono diventate quasi una certezza. Proiettando sulle elezioni politiche i risultati di ieri in Campania Puglia, operazione sempre molto discutibile ma allo stesso tempo inevitabile, il centrodestra non conquisterebbe neppure un seggio nella quota maggioritaria. Non si può immaginare argomento più convincente per spingere Giorgia Meloni verso una riforma che elimini i collegi con determinazione anche maggiore di quella che già la anima.
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