Linea Schlein vs linea Conte.
È più di sinistra talvolta difendere Meloni o attaccarla sempre?
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Il dubbio: è stata lei a rimproverare lui per lo scarso senso delle istituzioni? O lui a rimproverare lei per lo scarso senso della competizione? Perché, purtroppo, la seconda ipotesi è storicamente più probabile
L’intervento con cui Elly Schlein ha espresso la solidarietà del Pd alla premier Giorgia Meloni attaccata da Donald Trump sarebbe normale, scontato, in una democrazia solida e per una politica adulta, capace di distinguere i partiti dallo Stato, le ideologie dalle istituzioni, la propaganda dalla realtà. Ma nella nostra attuale situazione politica è parso un fatto straordinario, che sconcerta a destra e scandalizza a sinistra.
Sicché, quando, dopo la seduta del Parlamento, Elly Schlein e Giuseppe Conte sono stati sorpresi in un fitto conciliabolo in corridoio ci si è chiesti se la loro diversa reazione alle contumelie di Trump a Meloni non ne fosse l’argomento e si è fatti due domande: sarà stata Schlein a non nascondere a Conte la propria perplessità per l’intervento del capo 5S, così polemico verso la prima ministra pur sotto attacco estero, magari rinfacciandogli la sua pregressa amicizia con il Matto della Casa Bianca, o sarà stato Conte a rimbrottare la collega e a costringerla a giustificarsi per un difetto di militanza a sinistra, con il suo riguardo giudicato eccessivo e politicamente inopportuno verso la presidente del Consiglio?
Non si sa ovviamente; ed è possibile che i due abbiano parlato dei mali di stagione o della cena. Ma, se si volesse dare per un attimo credito alle due ipotesi appena formulate, è difficile immaginare che possa essere stata vera la prima, con la segretaria del Pd a non nascondere la sue riserve sulla diseducazione civica e istituzionale dell’alleato che non ha saputo, nemmeno in un grave momento di crisi internazionale, distinguere gli interessi propagandistici del suo gruppo da quelli del Paese, l’obiettivo della visibilità da quello della responsabilità, e molto più probabile la seconda, con il leader 5S a chiedere conto alla Schlein della sua solidarietà con la premier insultata dal presidente degli Stati Uniti e costringerla a balbettare qualche imbarazzata giustificazione.
Perché difficile la prima ipotesi e più plausibile la seconda? Perché lo suggeriscono decenni di vita politica nazionale e internazionale, che mostrano come, a sinistra, da sempre, un contorto senso di colpa inquieti chi, da quella parte, prende posizioni istituzionalmente responsabili e ragionate, non a vantaggio di comizio ma del bene pubblico: il timore di non essere davvero, abbastanza, a sufficienza, di sinistra. Infatti, c’è sempre chi è pronto a rinfacciare il tradimento e a stabilire come si deve essere per essere considerati davvero di sinistra. C’è dai tempi della rivoluzione bolscevica, c’è sempre stato nella sinistra italiana, che è andata avanti a rimproveri o anatemi dei sedicenti puri e duri contro i riformisti, i moderati, i miglioristi, costretti a spiegarsi, a giustificarsi, a nascondersi.
Si tratta, sicuramente, di un tratto costitutivo delle sinistre, forse figlio dell’iniziale afflato semireligioso che le aveva ispirate e aveva immesso in esse un’idea della politica come pratica di una dottrina, un misto tra ideologia, morale e catechismo, con netta prevalenza del terzo. In tempi meno remoti, qualcuno ricorderà nel Sessantotto la presunzione della sinistra extraparlamentare in Parlamento di fissare lei il perimetro dell’autentica sinistra o, dopo, di quella veterocomunista, pronta a denunciare la postcomunista di tradimento, riconsegnando imperturbabile il Paese alla destra pur di non contaminarsi con i compagni smarriti. Ma in passato, nella sinistra c’erano persone come Natta, Pajetta, Amendola, ecc. che non si lasciavano intimorire dal moralismo di chi si riteneva più a sinistra di loro, o, più tardi, persone politicamente e intellettualmente scafate, che non sentivano il bisogno di giustificarsi di fronte a chi si era autonominato giudice e custode della vera sinistra. Oggi, a fare i conti con i nuovi sacerdoti della post-sinistra, c’è la più fragile Schlein, che potrebbe non aver avvertito l’assurdo di giustificarsi con uno che Trump chiamava affettuosamente Giuseppi.
Ma non è solo questione di personale debolezza o magari di apprezzabile buona educazione istituzionale di una giovane dei nostri giorni e di immotivata presunzione o furbizia tattica di un signore più anziano. Oggi c’è anche un’altra cosa a rendere più penosa la possibile scusa imbastita dalla segretaria del Pd al suo partner 5S, se fosse vera l’ipotesi su cui riflettiamo. I confini della sinistra non sono più stabiliti da esperti del vecchio rito, di cui conoscevano e condividevano la cultura e la visione del mondo; non è più il Manifesto di Rossana Rossanda o di Luigi Pintor a polemizzare con l’Unità. No, oggi il perimetro dell’autentica sinistra lo definiscono un avvocato pugliese, di cui prima si conosceva solo la devozione per Padre Pio, e il Fatto quotidiano di Marco Travaglio. Poco importa che, per cultura, linguaggio, frequentazioni, storia, questa nuova dimensione politica stia alla sinistra come un condomino petulante sta a un rivoluzionario o, se si vuole, un topo al formaggio (che si mangia); quello che conta è la sua capacità di farsi passare per sede e tribunale dell’autentica sinistra, a dispetto del proprio populismo, giustizialismo, qualunquismo, cioè dei tratti più tipici della destra illiberale del triste passato italiano.
Un indizio per tutti: questa sedicente post-sinistra è specializzata nella critica delle persone più che dei modi di affrontare o ignorare problemi e quindi, sotto sotto, invidia Trump che si può permettere di sparare contumelie persino contro il papa. La realtà, i problemi concreti, le proposte alternative le sono, se non estranee, indifferenti, secondarie. Il suo bersaglio è sempre o soprattutto una persona, da sbeffeggiare o denunciare, mai separabile dal suo ruolo pubblico. Per di più, la scoperta simpatia per Vladimir Putin (di cui nessuno, chissà perché, chiede conto) e il fastidio per l’Ucraina le forniscono una sponda cara alla sinistra attardata ancora ai tempi di Leonid Breznev, per cui in politica estera la post-sinistra può ostentare un antioccidentalismo sempre gradito a quella vecchia. Ed ecco spiegato, credo, perché è più probabile che la buona Schlein si sia precipitata a scusarsi con Conte, che non il contrario. Sempre che non abbiano parlato della Juventus o del Napoli.
di Vittorio Coletti su Huffpost
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