I Grandi vecchi contro le nuove primarie.
In campo Prodi, Veltroni, D'Alema, Bindi.
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Il tema dei gazebo nel campo largo ha rianimato il dibattito tra i padri nobili del centrosinistra. E, sorpresa, nonostante abbiano vissuto da protagonisti la stagione che ha provato a lanciarle come metodo, sono tutti contrari. I dubbi di Schlein, la tela di Franceschini per costruire un piano B
Ma chi le vuole ste primarie? Veltroni no (“Sono pericolose”), Prodi neanche (“Non ora, così si perde”) D’Alema mai (“Laceranti”), Bindi idem (“Delegittimano”). È bastato che Elly Schlein dicesse “sono pronta” e che Conte le dichiarasse irrinunciabili e giù un lungo elenco di pareri contrari. Del resto il “caminetto contro le primarie” è un grande classico del Pd. Un mito fondativo. Ma quelle erano le primarie del Pd. Qui non si tratta della classica contrapposizione tra vecchi e giovani. Questa volta coi grandi vecchi sono allineate le correnti d’ogni età e persino i satelliti, gli alleati. “Le primarie non si devono fare”, dicono in coro. E persino Elly Schlein se ne sarebbe convinta, anche se non può dirlo. Resta da convincere solo lui: Giuseppe Conte.
“Ancora co ‘ste primarie?”, risponde Angelo Bonelli in Transatlantico a domanda del cronista. Ma ve le chiedono i vostri elettori… “Gli elettori chiedono politiche per cambiare le loro condizioni di vita e lo stato delle cose in questo paese. I giovani che hanno votato No al referendum non ci chiedono le primarie”, si inserisce Nicola Fratoianni.
Verdi e Sinistra la fanno facile. Se per Conte tenere le primarie è essenziale, per loro è altrettanto essenziale non tenerle. In questo modo non dovrebbero scegliere chi tra i due si candida. Bonelli taglia corto: “Le primarie sono una discussione superata. Quel che bisogna fare è stendere il programma. Presto avrete una bella sorpresa”.
Nel Pd dopo l’entusiasmo post referendario, Elly Schlein ha fatto scattare la messa in mora dell’argomento stesso. “Non ne parliamo, è un trappolone”. Il correntone che la sostiene – da Dario Franceschini a Andrea Orlando a Roberto Speranza e Stefano Bonaccini – ha però organizzato un seminario a Napoli a inizio aprile con il fine implicito di mandarle un segnale chiaro: smontiamo le primarie, non possiamo cedere a Conte. Tra i pochi che non si fanno problemi a dire come la pensano c’è Alessandro Alfieri, responsabile riforme della segreteria Pd. “Per me le primarie non sono la priorità. Tanto più che difficilmente la maggioranza divisa com’è riuscirà a fare la riforma elettorale” che prevede l’indicazione del capo della coalizione nel programma elettorale. “Concentriamoci sul programma – dice Alfieri – alla leadership penseremo poi”. Le tesi dei ‘grandi vecchi’ vanno per la maggiore tra i dem. Per dirla con D’Alema, le primarie sono “laceranti”.
I sondaggi continuano a dare per favorito il leader del M5s. Da ultimo l’istituto di Alessandra Ghisleri che attribuisce a Conte in una sfida a due con Schlein il 36,9% dei voti, e alla segretaria dem solo il 32,5%. E in una corsa a sei il divario sarebbe ancora più largo, Giuseppe Conte con il 33,5%, Elly Schlein seconda con il 23,2%, poi Pierluigi Bersani con il 13%, Matteo Renzi con il 6,2%, Angelo Bonelli con il 3,6% e Nicola Fratoianni con lo 0,8%.
Ma al di là dello scenario fine del mondo – la sconfitta della segretaria provocherebbe un terremoto nel Pd a pochi mesi dalle politiche – ce n’è un altro che tiene insieme le preoccupazioni dei grandi vecchi, quelle delle correnti dem e persino degli alleati, M5s escluso. Spiegano dal Nazareno: “Conte lavora su uno schema win-win. Se vince prende tutto e a noi ci inguaia. Ma anche se perdesse, quello vuole contare per il risultato delle primarie e non per quanto vale nei sondaggi”. Tradotto: se pure perdesse, Conte chiede posti in lista e cariche nell’eventuale futuro governo che rispecchiano non il 12 per cento dei sondaggi, ma il 30 per cento delle primarie.
Se con le primarie lui vincerebbe in ogni caso, per il Pd sarebbe al contrario uno scenario lose-lose, perdente su tutta la linea, anche in caso di vittoria, costretto a dare sangue – cioè collegi dell’uninominale – al potente alleato e a contenere il malcontento delle correnti sui territori e degli alleati meno potenti.
D’Alema ha colto il punto in un recente intervento alla Camera. “A legge elettorale vigente – ha detto – la reductio ad unum non è utile. Con questa legge elettorale serve un’unità sufficientemente articolata. Le differenze sono un elemento di ricchezza”.
Sottotraccia si lavora a un piano B. Ci si dedica Dario Franceschini, con modi da Richelieu del Pd, lui che era trentenne rampante ai tempi di Prodi e D’Alema e ora è il trait d’union col partito di Schlein e Provenzano.
Per via dell’abilità con cui passa da una posizione all’altra, nel partito lo chiamano Tarzan. En plein air, tifa per le primarie e candida Schlein. Ma intanto lavora per smontarle e costruire quello che chiamano “il paracadute”. Pranza con la sindaca di Genova Silvia Salis e la convince a farsi avanti, ma dichiarandosi contro la competizione interna. Parla con le correnti e le mette tutte in fila contro le primarie. Testa Conte, nel tentativo di convincerlo a sedersi a un tavolo di coalizione, a luglio, quando avrà finito la consultazione degli iscritti, Nova 2.
Il leader M5s non lo esclude più. Anche per lui la sintesi sul programma è diventata centrale. “In cambio di un buon patto, potrebbe rinunciare alle primarie”, ostentano fiducia nel Pd, dove ricordano che Conte non ha detto che senza primarie non si allea, ma che non può accettare la regola per cui farà il leader chi prende un voto in più nelle urne.
Non può accettare, cioè, che sia Schlein a fare la premier. Per questo il tramonto delle primarie potrebbe non essere una buona notizia per la segretaria dem, che più di ogni altra cosa teme che dopo il voto esca fuori un terzo nome per mettere tutti – o quasi – d’accordo.
A pensar male, un nome ci sarebbe. Da qualche mese circola con insistenza quello dell’ex capo della polizia Franco Gabrielli, protagonista di un certo dinamismo. A metà aprile Gabrielli è stato a Genova dalla sindaca Salis insieme ai sindaci dem, per parlare di sicurezza. Sovente ospite di trasmissioni tv, il prefetto ha ripreso a dare interviste. Con Conte il rapporto è ottimo, era capo della polizia quando lui era premier, negli anni del Covid. Di formazione democristiana, ora si definisce un progressista, proprio come Conte.
A quanto raccontano, Gabrielli si sente spesso con Dario Franceschini, che lo ha invitato di recente al Dc Pride, il raduno degli ex dello scudo crociato. Praticamente coetanei, Franceschini e Gabrielli hanno militato insieme nella sinistra Dc, per cui pure Conte s’è speso in anni giovanili, quando votava per De Mita, come ha detto nel suo libro. Conte, Franceschini, Gabrielli… il colpo di coda della Balena bianca.
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