Anno: XXVIII - Numero 161    
Giovedì 27 Agosto 2026 ore 13:30
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Il campo largo cerca un leader

Schlein e Conte si contendono la guida, ma il centrosinistra teme che la loro sfida finisca per spianare la strada a Meloni.

Il campo largo cerca un leader

Chi guiderà il campo largo? È una domanda che, a poco più di un anno dalle elezioni politiche, rischia di diventare molto più insidiosa di qualsiasi discussione programmatica. Perché il problema non è soltanto decidere chi sarà il candidato a Palazzo Chigi. Il problema è capire se il centrosinistra riuscirà a presentarsi agli elettori come un’alternativa credibile oppure se continuerà a consumarsi nella competizione tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, offrendo a Giorgia Meloni il vantaggio di arrivare alla sfida con una leadership già riconosciuta.

Bisogna, naturalmente, mettersi nei panni dei due protagonisti. Né Schlein né Conte possono essere liquidati come semplici aspiranti alla poltrona. Entrambi hanno lavorato per tenere insieme un’alleanza che, per storia recente e reciproche diffidenze, non aveva affatto un futuro scontato. Il Pd e il Movimento 5 Stelle continuano a competere, si differenziano su molte questioni e parlano a elettorati solo parzialmente sovrapponibili. Ma la rottura non è mai stata davvero all’ordine del giorno.

Il punto, però, è proprio questo: aver costruito l’alleanza non significa automaticamente essere in grado di guidarla fino a Palazzo Chigi.

Come osserva Repubblica, nessuno dei due può garantire che, in caso di candidatura a premier, farebbe il pieno dei voti dell’intera coalizione. Schlein rischierebbe di perdere una parte dell’elettorato pentastellato. Conte, al contrario, potrebbe incontrare resistenze significative nell’area democratica. E soprattutto nessuno dei due, almeno per ora, sembra possedere quella capacità espansiva necessaria per conquistare consensi al di fuori dei confini tradizionali del campo largo.

È questa la vera debolezza strategica dell’opposizione. Non la mancanza di candidati, ma il rischio che ciascun candidato principale sia forte soltanto nella propria metà del campo.

Si può discutere per mesi sulle primarie, sulle regole, sulla legge elettorale e perfino sull’opportunità di indicare preventivamente il candidato premier. Ma sarebbe un errore pensare che basti cambiare il meccanismo per cancellare il problema politico. Anche se Schlein e Conte trovassero un accordo in una stanza chiusa, davanti agli elettori resterebbe una domanda inevitabile: chi comanda davvero?

E una coalizione che si presenta senza una leadership riconoscibile, contro un’avversaria che quella leadership ce l’ha già, parte con un handicap difficile da recuperare.

Nel 2022 Giorgia Meloni arrivò alle elezioni come il punto di riferimento inequivocabile del centrodestra. E, salvo terremoti politici, anche nel 2027 il suo ruolo sarà chiaro. Il centrosinistra, invece, rischia di mettere in scena una campagna elettorale con un candidato, forse due e magari, alla fine, persino un terzo.

Ed è qui che entra in scena il dibattito, per ora quasi clandestino, sul cosiddetto “terzo nome”.

Roberto Gualtieri, Gaetano Manfredi, Antonio Decaro, Silvia Salis. Sindaci, ex sindaci, amministratori territoriali. Profili diversi, naturalmente, per esperienza, peso politico, capacità comunicativa e reti di consenso. Ma accomunati da una caratteristica: non rappresentano direttamente né la proprietà politica del Pd né quella del Movimento 5 Stelle.

Proprio per questo potrebbero diventare, almeno sulla carta, una soluzione.

La frase di Silvia Salis — «Se me lo chiedessero, lo prenderei in considerazione» — è stata giudicata da molti un piccolo inciampo comunicativo. Un’affermazione che suona quasi come una disponibilità preventiva alla chiamata, con un’ambizione neppure troppo nascosta. E tuttavia il problema non è tanto il modo in cui è stata formulata quanto ciò che rivela: l’ipotesi di una candidatura alternativa esiste e viene coltivata.

La stessa frase, in fondo, potrebbe essere pronunciata anche dagli altri. Nessuno si candida apertamente, nessuno vuole apparire come il guastatore dell’equilibrio Schlein-Conte. Ma nessuno, probabilmente, chiuderebbe davvero la porta se la situazione politica producesse una richiesta condivisa.

Il vero rischio, però, è trasformare questa possibile riserva di leadership in una lotteria permanente. Perché avere quattro o cinque nomi potenzialmente competitivi è una ricchezza soltanto se esiste un meccanismo politico capace di selezionarne uno. Altrimenti diventa l’ennesimo motivo di divisione.

Schlein e Conte hanno quindi un interesse comune, forse persino superiore al loro interesse personale: evitare che la questione della leadership diventi una guerra di logoramento. Conte deve dimostrare al proprio elettorato di non aver rinunciato alla battaglia per Palazzo Chigi. Schlein non può accettare che il Pd venga considerato soltanto la base elettorale di un candidato scelto altrove. Ma entrambi dovrebbero anche capire che la somma delle loro ambizioni non coincide automaticamente con l’interesse della coalizione.

Il paradosso è evidente. Il campo largo potrebbe avere più personalità spendibili di quanto si racconti. Il problema non è la scarsità dei nomi. È l’incapacità, finora, di trasformare questa abbondanza in una scelta politica.

E mentre il centrosinistra discute se debba essere Schlein, Conte, Gualtieri, Manfredi, Decaro o Salis, Giorgia Meloni può permettersi di osservare.

Perché in politica il primo vantaggio non è sempre avere il candidato più forte. Spesso è sapere, con largo anticipo, chi sarà il proprio candidato.

Il campo largo ha ancora tempo per risolvere l’enigma. Ma il tempo, da solo, non produce leader. E se la sfida tra Schlein e Conte dovesse trasformarsi in un lungo braccio di ferro, il rischio è che alla fine il vero vincitore non sia né l’una né l’altro.

Potrebbe essere, ancora una volta, Giorgia Meloni.

 

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