Campo largo cercasi leader (e magari) anche un programma.
Speranza propone un partigiano oppure un 18enne. Ma se non c'è il leader vuol dire che non c'è un'idea.
Nel Campo largo, ogni giorno ha la sua pena ma pure la sua barzelletta. Quella di ieri l’ha pronunciata Roberto Speranza, ex ministro della Salute, al Corriere della Sera, affermando che le primarie vanno evitate. «Io vedo il rischio di un clamoroso autogol». E dunque? «Il momento vero della competizione non può che essere quello delle elezioni, in cui ogni partito e ogni leadership potrà misurare la propria proposta sul piano elettorale. Con il modello che propongo, nessuna forza politica pagherebbe il prezzo di una sconfitta alle primarie». Ovvero? «Basterebbe fare una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano».
Magnifico, ecco la barzelletta. A non ridere è certamente Dario Franceschini, altro leader del correntone di Montepulciano, che giusto ieri l’altro ha ribadito: «Continuo a credere che le primarie siano una grande occasione di mobilitazione democratica oltre che l’unica strada realisticamente possibile perché la coalizione individui la candidatura comune a premier». Attendiamo, a questo punto, una dichiarazione dell’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, altro leader correntonista.
Il partito anti-primarie, in ogni caso, è in pieno fermento. Si dimostra così che il Campo largo, ammesso che esista davvero e non sia soltanto una proiezione mentale di chi sogna coalizioni testardamente unitarie che non esistono, coalizioni immaginarie insomma, non sa gestire una discussione politica. Non sa gestire il dissenso interno, non sa gestire la necessaria scelta di una leadership e quindi pensa di poter aggirare il problema fischiettando. Ma il problema c’è e non è secondario, perché tutto si tiene insieme: il progetto, l’idea, le alleanze, la scelta del leader, il leader. Progetto è una parola cara ad Arturo Parisi, per il quale senza progetto non ci può essere nient’altro. Il progetto viene prima del programma. Contiene un’idea ed è frutto di una condivisione; il programma è frutto di un inevitabile compromesso che obbliga ogni partito a cedere sovranità agli altri per permettere l’accordo di tutti. «Una idea di futuro e assieme a questa una idea del mondo. Di come e con chi stare assieme nel mondo di oggi», ha detto il professor Parisi qualche giorno fa a l’Altravoce, ribadendo peraltro che le primarie è difficile farle, ma «evitarle ancora di più».
Scegliere un leader anziché un altro, è evidente, renderebbe felice il vincitore ma scontenterebbe quello che perde. E qui sta il timore principale di chi non vuole le primarie e pensa che la scelta del capo della coalizione possa essere rimandata a un secondo, che dico, terzo momento: il timore è che, in caso di vittoria di Elly Schlein, gli elettori sdegnati del M5S possano convergere sull’astensionismo, per non dire sul voto agli avversari, come già successo in elezioni comunali o regionali. Vale anche il contrario, beninteso; quanti del Pd voterebbero ancora sinistra-centro se Beppe Conte fosse il leader della coalizione?
Ma così il Campo largo è a uno scalino di distanza dal pensiero magico: «Se non calpesto le linee del pavimento, avrò una bella giornata». Se io, Campo largo, trovo il neo-diciottenne da mettere sulla scheda, allora vincerò le elezioni. E poi? Il vero presidente del Consiglio chi lo farebbe? Il leader del partito più votato? Ma se queste sono le premesse di una coalizione che deve fare di tutto per evitare di sfasciarsi ogni giorno in campagna elettorale, viene da chiedersi che cosa potrebbe mai succedere al governo. La politica estera di Conte sarebbe compatibile con il Pd, ma anche viceversa? Che cosa renderebbe questa coalizione diversa dalla mitologica accozzaglia? Sì, lo sappiamo, questo articolo è tutto un fiorire di domande – provocatorie, retoriche – ma le risposte non le abbiamo, facciamo un altro mestiere, quindi possiamo soltanto continuare a formulare quesiti.
D’altronde sono i dirigenti e i leader del Campo largo a essersi infilati in questa situazione, compresi quelli che vanno in vacanza un mese e ora si ritrovano con tutti i compiti a casa da fare a tre giorni dall’inizio della scuola. Nascondere la testa non risolverà il problema. Chiudere gli occhi non farà sparire la bersaniana e ormai âgé mucca nel corridoio. La mucca oggi è quella della leadership. Non essendoci un capo che prevalga su tutto il resto e non essendoci neanche un altro Romano Prodi all’orizzonte, l’unica soluzione è una sana competizione.
Dopo aver spacciato la parola leader per una parolaccia, averla associata a derive illiberali o destrorse, adesso la sinistra vorrebbe rinunciare persino al duello elettorale interno, dribblando il problema per evitare tensioni e frizioni, come quelle finte famiglie felici brave a dissimulare in pubblico, e pure in privato. Per carità, se i capi partito della coalizione fossero in grado di mettersi d’accordo in una stanza e decidere a tavolino chi è il capo – senza primarie dunque – si avvertirebbe un’aria novecentesca, certamente, ma almeno il Campo largo arriverebbe a una decisione precisa. Così invece è una gara a chi la spara più grossa pur di svicolare dal problema, nel tentativo di prendere tempo fino a quando il tempo non c’è più. Oggi Speranza, domani chissà chi. Al che sorge spontanea una domanda: ma il Campo largo esiste davvero o è un oggetto politico volante non identificato?
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