Catalogo dei danni causati dalla sottocultura woke
Da Shakespeare a Churchill a Mary Poppins: i nuovi nemici. Il terrore di esprimere le proprie opinioni e l’autocensura: sondaggi e numeri. Come l’inclusione ha finito per escludere.
e della violenta affermazione della cancel culture, che alla medesima logica risponde, fu il politicamente corretto che si affermò negli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta per poi dilagare nei primi anni Novanta. Nel sacrosanto rispetto delle minoranze e della donna, si impose un conformismo ferreo e chi non si adattava pedissequamente a quel variegato insieme di norme, regole, modalità e linguaggi veniva letteralmente proscritto dal consesso civile. Subiva uno stigma, si ritrovava isolato, il più delle volte perdeva il lavoro e di conseguenza l’unità familiare.
Noi europei ne prendemmo coscienza leggendo un formidabile saggio del critico statunitense Harold Bloom, La cultura del piagnisteo, per certi versi anticipatore della crisi del canone occidentale. In molti pensammo che il fenomeno non sarebbe potuto degenerare oltre e che, in ogni caso, si trattava di una dinamica tipica della giovane, superficiale e immatura America e che mai si sarebbe potuta radicare nella vecchia, colta e scafata Europa. Duplice errore.
Negli Stati Uniti, il fenomeno del politicamente corretto è in effetti degenerato nel radicalismo autoritario della sottocultura woke e della cancel culture, la cultura della cancellazione di tutto ciò che del passato mal si concilia con i canoni morali del presente, per poi diffondersi nelle cugine università inglesi e da queste inopinatamente impiantarsi in buona parte dei centri del sapere continentali condizionando e indirizzando se non le masse, di certo le élite.
Aristotele è così diventato nient’altro che il padre del colonialismo occidentale, Cristoforo Colombo lo spietato sterminatore delle civiltà latinoamericane, William Shakespeare un simbolo del patriarcato, Abramo Lincoln il bieco carnefice degli indiani Dakota, Winston Churchill un colonialista, James Bond un maschilista, il Principe Azzurro il molestatore sessuale di Biancaneve, Mary Poppins una razzista… E via così, abbattendo statue, rinnegando simboli, mettendo all’indice libri, proscrivendo opinioni, revisionando le toponomastiche cittadine e pervicacemente riducendo la complessità di personaggi e fatti del passato a singoli comportamenti considerati oggi, a torto o a ragione, esecrabili.
Un fenomeno ben descritto, tra gli altri, dal sociologo britannico di origine ungherese Frank Furedi in Guerra contro il passato. ”Gli sviluppi storici sono interpretati per mezzo di una teologia del male. Secondo questa prospettiva, il passato è fonte di gran parte del male contemporaneo”, ha scritto Furedi.
Nel marzo 2022, in era Joe Biden, il New York Times ha scritto in prima pagina che l’America ha un problema di libertà di espressione” e che i cittadini statunitensi convivono ormai quotidianamente ”con il terrore” di esprimere le proprie opinioni in modo franco. Secondo il College Free Speach Ranking redatto dalla Fondazione Fire nel 2021, più dell’80 per cento degli studenti di college americani dichiara di essersi autocensurato dovendo esprimere il proprio punto di vista. Una condizione paradossale, che in buona parte spiega il fenomeno Trump e che secondo il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek genera meccanismi di violenta esclusione dal consenso civile in nome dell’inclusione. Un paradosso che riguarda indistintamente la sottocultura woke e l’ideologia della cancel culture.
Si determina così una condizione decisamente illiberale e del tutto nuova nella millenaria storia umana. Una condizione in cui la scomparsa del passato fa scomparire il futuro. Non è strano: i due ambiti sono intimamente legati. Sono intimamente legati perché, come ha scritto il filosofo francese Marc Augé, ”quando il passato viene cancellato o consumato dal presente, non ci resta più la prospettiva del futuro: si vive in un eterno presente senza orientamento temporale”. Siamo, anche a causa della dinamica dei social media, all’”ideologia dell’anno zero”, ha sentenziato Furedi. E in molti hanno appropriatamente evocato le lapidarie parole di George Orwell in 1984: ”La storia si è fermata. Non esiste nulla se non un presente in cui il Partito ha sempre ragione”.
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