Fine vita, il Parlamento smetta di voltarsi
Una legge è necessaria: lasciare cittadini e famiglie tra tribunali, Regioni e vuoti normativi significa abdicare alla responsabilità politica.
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C’è finalmente qualcuno, nel centrodestra, che dice una frase semplice e politicamente impegnativa: «La legge si fa». Francesco Zaffini, esponente di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Sanità del Senato, garantisce che una legge sul fine vita arriverà. Bene. Anzi, sarebbe ora.
Perché su una materia così delicata il peggio che la politica possa fare è continuare a non decidere. E per troppo tempo il Parlamento ha preferito nascondersi dietro le sentenze della Consulta, dietro i conflitti ideologici, dietro le paure dei partiti e perfino dietro il timore di usare le parole sbagliate.
Ma mentre Roma discute, le persone soffrono. E mentre il Parlamento rinvia, sono i tribunali e le Regioni a riempire il vuoto lasciato dalla politica.
È questo il punto che dovrebbe mettere tutti d’accordo, credenti e non credenti, conservatori e progressisti: una legge non serve a imporre il fine vita a qualcuno. Serve a dare regole, garanzie e libertà a chi si trova in una condizione estrema e irreversibile.
Nessuno vuole trasformare la morte in un servizio pubblico da catalogo. Nessuno chiede che la vita perda valore. Al contrario: proprio perché la vita ha un valore immenso, non può essere ridotta a un obbligo assoluto di sopportare qualsiasi sofferenza, in qualsiasi condizione, contro la volontà della persona interessata.
Lo Stato ha certamente il dovere di curare. Deve investire nelle cure palliative, assistere i malati, sostenere le famiglie, combattere il dolore e la solitudine. Ma non può trasformare il principio della tutela della vita in un potere senza limiti sulla vita degli altri.
Qui sta la differenza fondamentale tra una legge civile e una legge ideologica.
Il diritto all’autodeterminazione non significa che tutto sia permesso. Significa, invece, che in condizioni rigorosamente definite, con controlli severi e garanzie mediche, giuridiche e psicologiche, una persona capace di intendere e di volere non venga abbandonata al caos normativo.
La Consulta ha già indicato un perimetro. Il Parlamento dovrebbe fare ciò che gli compete: scrivere regole chiare, stabilire procedure uniformi, garantire controlli e impedire che il diritto o la possibilità di accedere a una procedura dipendano dal codice di avviamento postale.
Perché è francamente inaccettabile che una persona abbia maggiori o minori possibilità a seconda della Regione nella quale vive. La Toscana, la Sardegna e l’Emilia-Romagna hanno cercato di intervenire proprio perché lo Stato centrale non ha ancora dato una risposta definitiva. Possiamo discutere sui singoli provvedimenti regionali, ma non possiamo ignorare la causa del problema: quando il Parlamento non legifera, qualcun altro prova a farlo al suo posto.
Ed è qui che si apre anche la contraddizione più evidente della proposta in discussione.
Si vuole riconoscere, sia pure entro limiti rigidissimi, la non punibilità dell’aiuto al suicidio assistito nei casi indicati dalla Corte costituzionale. Ma contemporaneamente si esclude il Servizio sanitario nazionale dal percorso, immaginando soluzioni affidate alla libera professione o all’intramoenia.
Una scelta che rischia di produrre una conseguenza difficile da accettare: chi ha mezzi, conoscenze e possibilità trova una strada; chi non li ha rischia di restare davanti a una porta chiusa.
La morte non può essere privatizzata. E nemmeno la sofferenza.
Se lo Stato stabilisce che una determinata procedura, in circostanze eccezionali e rigorosamente controllate, può essere praticata senza violare la legge, allora deve anche garantire che l’accesso avvenga in condizioni di uguaglianza, sicurezza e dignità.
Questo non significa chiedere ai medici di diventare esecutori di una volontà che non condividono. L’obiezione, la libertà di coscienza e il ruolo della professione medica meritano rispetto. Ma proprio per questo servono una legge seria e un’organizzazione trasparente, non un sistema improvvisato in cui ciascuno deve arrangiarsi da solo.
Il caso dello strumento realizzato per consentire anche a persone completamente immobilizzate di autosomministrarsi il farmaco dimostra quanto sia complesso il tema. Ma dimostra anche un’altra cosa: la realtà è già andata oltre le semplificazioni della politica.
Non basta dire «sono per la vita» per risolvere tutto. Chi non è per la vita? La vera domanda è un’altra: fino a che punto lo Stato può decidere al posto di una persona lucida, affetta da una patologia irreversibile, sottoposta a sofferenze che considera insopportabili?
È una domanda terribile. E proprio perché è terribile non può essere lasciata ai tribunali, alle singole Asl, alle Regioni o alle possibilità economiche delle famiglie.
Per questo l’apertura di Forza Italia e il segnale arrivato da una parte di Fratelli d’Italia meritano attenzione. Ma gli annunci non bastano. Il Parlamento deve uscire dall’ambiguità.
Dire che il fine vita «non è un diritto» può essere una formula politicamente rassicurante. Ma non risolve il problema concreto di chi chiede di poter decidere, entro condizioni precise e verificabili, come affrontare l’ultimo tratto della propria esistenza.
La politica italiana ha già perso troppo tempo. Ora non serve una legge ideologica, né una legge punitiva, né una norma costruita per rendere tutto formalmente possibile e praticamente irraggiungibile.
Serve una legge laica, rigorosa e umana.
Una legge che difenda le cure e le cure palliative, ma rispetti anche l’autodeterminazione. Che protegga i più fragili, senza trasformare la fragilità in una condanna all’impossibilità di scegliere. Che garantisca controlli severi, senza umiliare chi sta vivendo una tragedia personale.
Insomma, una legge che faccia finalmente quello che il Parlamento dovrebbe sempre fare: assumersi la responsabilità di decidere.
Sul fine vita non servono altri rinvii.
La legge si faccia. E sia, finalmente, una legge dalla parte della libertà e della dignità della persona.
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