Il segreto difensivo non può finire in archivio
Se accuse così gravi vengono archiviate senza piena chiarezza, a tremare è la fiducia stessa nella giustizia.
In evidenza
C’è una domanda che questa vicenda non consente di archiviare insieme agli atti: chi controlla davvero chi esercita il potere di indagare?
Le accuse sollevate dall’avvocato Oreste Dominioni sono pesanti: intercettazioni di conversazioni tra indagato e difensori, pressioni denunciate, un praticante avvocato sottoposto – secondo la ricostruzione contenuta nella denuncia – a modalità coercitive per ottenere informazioni, documenti favorevoli alla difesa che sarebbero scomparsi. Eppure, finora, il risultato è stato un susseguirsi di archiviazioni, silenzi e questioni rimaste senza un approfondimento che fughi definitivamente ogni dubbio.
Sia chiaro: un’accusa non è una condanna. E nessuno può trasformare una denuncia nella prova automatica della colpevolezza di un magistrato o di un investigatore. Ma proprio per questo, quando sono in gioco il segreto professionale, il diritto di difesa e la correttezza dell’azione giudiziaria, la risposta delle istituzioni deve essere limpida, rigorosa e soprattutto convincente.
Perché il rapporto tra avvocato e assistito non è un dettaglio burocratico. È uno dei pilastri dello Stato di diritto. Se un indagato non può parlare liberamente con il proprio difensore, se teme che strategie e confidenze possano finire nelle mani di chi lo sta indagando, il diritto di difesa rischia di diventare una formula vuota.
Ed è qui che la vicenda assume una dimensione che va oltre il caso individuale. Il problema non è soltanto stabilire se le accuse siano fondate o infondate. Il problema è garantire che vengano esaminate fino in fondo, senza zone d’ombra e senza quel pericoloso riflesso corporativo che, quando la magistratura è chiamata a giudicare se stessa, rischia di alimentare il sospetto di una giustizia indulgente con i propri appartenenti.
Ora la questione è stata portata anche all’attenzione del Csm, del procuratore generale della Cassazione e del ministro della Giustizia, mentre è pendente un ricorso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Forse proprio da qui bisogna ripartire: non dall’idea che qualcuno sia colpevole a prescindere, ma dall’obbligo che nessun potere resti sottratto a un controllo serio e trasparente.
Perché la giustizia non può chiedere ai cittadini fiducia cieca. Deve meritarsela. E ogni volta che una vicenda tanto grave viene percepita come consegnata all’oblio, quella fiducia si incrina un po’ di più.
Il segreto difensivo non è un privilegio degli avvocati. È una garanzia per tutti. E le garanzie, in uno Stato di diritto, non si archiviano.
Altre Notizie della sezione
Prima la Casta, poi le vittime
04 Settembre 2026A Torino si difende l’autonomia del giudice. Ma chi difende davvero una tredicenne?
L’intelligenza artificiale non può prendere il posto dell’avvocato
03 Settembre 2026La tecnologia è un’opportunità straordinaria, ma giudizio, responsabilità e coscienza professionale restano insostituibili.
Consulenti del Lavoro, ora si cambia davvero
02 Settembre 2026L’intelligenza artificiale ridurrà la burocrazia, ma renderà ancora più preziose competenze, esperienza e capacità decisionale.
