Anno: XXVIII - Numero 155    
Mercoledì 19 Agosto 2026 ore 13:30
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Il segreto difensivo non può finire in archivio

Se accuse così gravi vengono archiviate senza piena chiarezza, a tremare è la fiducia stessa nella giustizia.

Il segreto difensivo non può finire in archivio

C’è una domanda che questa vicenda non consente di archiviare insieme agli atti: chi controlla davvero chi esercita il potere di indagare?

Le accuse sollevate dall’avvocato Oreste Dominioni sono pesanti: intercettazioni di conversazioni tra indagato e difensori, pressioni denunciate, un praticante avvocato sottoposto – secondo la ricostruzione contenuta nella denuncia – a modalità coercitive per ottenere informazioni, documenti favorevoli alla difesa che sarebbero scomparsi. Eppure, finora, il risultato è stato un susseguirsi di archiviazioni, silenzi e questioni rimaste senza un approfondimento che fughi definitivamente ogni dubbio.

Sia chiaro: un’accusa non è una condanna. E nessuno può trasformare una denuncia nella prova automatica della colpevolezza di un magistrato o di un investigatore. Ma proprio per questo, quando sono in gioco il segreto professionale, il diritto di difesa e la correttezza dell’azione giudiziaria, la risposta delle istituzioni deve essere limpida, rigorosa e soprattutto convincente.

Perché il rapporto tra avvocato e assistito non è un dettaglio burocratico. È uno dei pilastri dello Stato di diritto. Se un indagato non può parlare liberamente con il proprio difensore, se teme che strategie e confidenze possano finire nelle mani di chi lo sta indagando, il diritto di difesa rischia di diventare una formula vuota.

Ed è qui che la vicenda assume una dimensione che va oltre il caso individuale. Il problema non è soltanto stabilire se le accuse siano fondate o infondate. Il problema è garantire che vengano esaminate fino in fondo, senza zone d’ombra e senza quel pericoloso riflesso corporativo che, quando la magistratura è chiamata a giudicare se stessa, rischia di alimentare il sospetto di una giustizia indulgente con i propri appartenenti.

Ora la questione è stata portata anche all’attenzione del Csm, del procuratore generale della Cassazione e del ministro della Giustizia, mentre è pendente un ricorso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Forse proprio da qui bisogna ripartire: non dall’idea che qualcuno sia colpevole a prescindere, ma dall’obbligo che nessun potere resti sottratto a un controllo serio e trasparente.

Perché la giustizia non può chiedere ai cittadini fiducia cieca. Deve meritarsela. E ogni volta che una vicenda tanto grave viene percepita come consegnata all’oblio, quella fiducia si incrina un po’ di più.

Il segreto difensivo non è un privilegio degli avvocati. È una garanzia per tutti. E le garanzie, in uno Stato di diritto, non si archiviano.

 

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