Anno: XXVIII - Numero 154    
Martedì 18 Agosto 2026 ore 13:30
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Sanità allo stremo, chi cura non può crollare

Un Paese che non riesce a proteggere i propri professionisti sanitari rischia, prima o poi, di non riuscire più a proteggere nemmeno i propri cittadini.

Sanità allo stremo, chi cura non può crollare

C’è un limite oltre il quale anche il sistema più resistente finisce per spezzarsi. La sanità italiana sembra essersi avvicinata pericolosamente a quel punto. Per anni abbiamo parlato di liste d’attesa, di pronto soccorso intasati, di tagli, di finanziamenti insufficienti. Ora, però, il problema assume un volto ancora più inquietante: quello di medici, infermieri e operatori sanitari semplicemente esausti.

Il burnout non è una debolezza individuale, non è l’incapacità di qualcuno di reggere la pressione. È il certificato di una malattia più profonda: quella di un Servizio sanitario nazionale che continua a chiedere sempre di più a chi, ogni giorno, lo tiene materialmente in piedi.

Mancano medici, mancano infermieri, i turni si allungano, i carichi aumentano. E mentre il personale diminuisce, cresce tutto il resto: la burocrazia, la pressione, la responsabilità, il rischio di aggressioni. Un circuito perverso nel quale chi resta deve fare anche il lavoro di chi non c’è.

Poi ci stupiamo se i professionisti si ammalano di stress, riducono l’attività o decidono di lasciare.

Il dato più allarmante, però, riguarda noi tutti. Perché quando un medico o un infermiere lavora da troppo tempo sotto pressione, senza riposo e con responsabilità enormi, non è in gioco soltanto la sua salute. È in gioco la sicurezza del paziente. Un sistema sanitario non può pretendere cure sicure da professionisti costretti a lavorare costantemente al limite delle proprie forze.

C’è anche un altro elemento che dovrebbe far riflettere. La violenza contro il personale sanitario è diventata quasi una componente ordinaria del lavoro. Aggressioni verbali e fisiche, soprattutto nei pronto soccorso e nei reparti più esposti, si sommano a una condizione già insostenibile. È come chiedere a chi è in trincea di continuare a combattere, togliendogli però uomini, mezzi e perfino protezione.

E allora non basta celebrare medici e infermieri come «eroi». L’Italia lo ha fatto durante la pandemia, riempiendo balconi e televisioni di applausi. Ma gli applausi non assumono personale, non riducono i turni, non proteggono dalle aggressioni e non cancellano il burnout.

Servono scelte politiche. Programmazione, investimenti, assunzioni e una diversa organizzazione del lavoro. Serve soprattutto una verità che la politica sembra talvolta dimenticare: il Servizio sanitario nazionale non è fatto soltanto di ospedali, tecnologie e bilanci. È fatto di persone.

E se continuiamo a consumare proprio quelle persone, arriverà il momento in cui non basterà più chiedere loro uno sforzo supplementare.

Perché chi cura non può essere lasciato crollare.

 

 

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