Anno: XXVIII - Numero 151    
Martedì 4 Agosto 2026 ore 13:30
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Professioni, il tempo delle scelte è arrivato

Il Parlamento indica la strada. Ora gli Ordini dimostrino di saper costruire il futuro.

Professioni, il tempo delle scelte è arrivato

Ci sono riforme che modificano qualche articolo di legge e riforme che cambiano il modo di guardare al futuro. Quella approvata dal Senato appartiene alla seconda categoria. Non perché abbia già risolto i problemi delle professioni italiane – sarebbe ingenuo sostenerlo – ma perché, dopo decenni di immobilismo, ha finalmente avuto il coraggio di mettere mano a un sistema che rischiava di essere superato dai fatti prima ancora che dalle norme.

Per troppo tempo gli ordinamenti professionali sono stati considerati materia per addetti ai lavori. Una questione da confinare nelle stanze degli Ordini o nelle Commissioni parlamentari. È stato un errore. Le professioni rappresentano uno dei pilastri del Paese. Sono il luogo nel quale si incontrano competenza, responsabilità, legalità e tutela dell’interesse pubblico. Se le professioni si indeboliscono, si indebolisce anche la qualità dei servizi resi ai cittadini, alle imprese e alla pubblica amministrazione.

L’approvazione del disegno di legge delega rompe finalmente questa inerzia. Ma sarebbe un errore ancora più grave celebrarla come un punto di arrivo. È soltanto l’inizio di un percorso che richiederà coraggio politico, equilibrio istituzionale e una capacità di visione che troppo spesso è mancata nel nostro Paese.

Il dato che colpisce maggiormente non è neppure il contenuto della delega. È il metodo. Quindici Ordini professionali, con storie, interessi e sensibilità diverse, hanno scelto di parlare con una sola voce. È una lezione che dovrebbe far riflettere anche la politica. In un tempo dominato dalla frammentazione e dagli interessi di parte, le professioni hanno dimostrato che l’unità non è uno slogan, ma una strategia vincente.

Naturalmente l’unità, da sola, non basta. La vera sfida sarà scrivere decreti legislativi capaci di guardare ai prossimi vent’anni, non ai prossimi venti mesi. La trasformazione digitale, l’intelligenza artificiale, la crescente contaminazione tra competenze e la competizione internazionale stanno cambiando radicalmente il lavoro intellettuale. Pensare di affrontare queste rivoluzioni con regole concepite in un’altra epoca significherebbe condannare le professioni all’irrilevanza.

L’intelligenza artificiale, in particolare, impone una riflessione che va oltre la tecnologia. Non sostituirà il professionista, ma cambierà profondamente il suo modo di lavorare. Chi continuerà a limitarsi a ripetere procedure standard sarà inevitabilmente marginalizzato. Il valore aggiunto sarà sempre più rappresentato dalla capacità di interpretare, decidere, assumersi responsabilità e garantire quella qualità che nessun algoritmo potrà certificare da solo. È su questo terreno che si gioca il futuro delle professioni ordinistiche.

Esiste poi un’altra questione che la riforma affronta implicitamente: il rapporto tra Ordini e società. Per anni si è alimentata una narrazione semplicistica che dipingeva gli Ordini come corporazioni chiuse, interessate soltanto a difendere privilegi. La realtà è diversa. Gli Ordini sono chiamati a garantire competenza, deontologia e tutela dell’interesse pubblico. Ma proprio per questo devono essere i primi ad accettare il cambiamento, ad aprirsi alla trasparenza, al merito, alla formazione permanente e all’innovazione. La legittimazione degli Ordini non deriva dalla storia, ma dalla loro capacità di essere utili al Paese.

Il Senato ha dunque compiuto una scelta importante. Il Governo dovrà ora dimostrare di saper tradurre principi condivisibili in norme efficaci, evitando il rischio che la fase attuativa diventi terreno di compromessi, rinvii e mediazioni al ribasso. Sarebbe il modo peggiore per disperdere un patrimonio di lavoro costruito con pazienza dalle professioni e dalle istituzioni.

Da direttore di una testata che da anni racconta il mondo delle professioni, mi permetto una considerazione finale. Questa riforma non appartiene né al Governo né all’opposizione, né tantomeno ai singoli Ordini. Appartiene ai professionisti italiani e, soprattutto, ai cittadini che ogni giorno affidano a quei professionisti i propri diritti, il proprio lavoro, il proprio patrimonio e, spesso, la propria salute.

Per questo il Parlamento ha una responsabilità che va oltre l’approvazione di una legge. Ha il dovere di consegnare al Paese un sistema professionale moderno, autorevole e competitivo. Se la Camera confermerà il testo e i decreti legislativi sapranno essere all’altezza delle aspettative, potremo davvero dire che il 2026 ha segnato la fine di una lunga stagione di conservazione e l’inizio di una nuova stagione di responsabilità.

Le professioni italiane non chiedono protezione. Chiedono regole chiare, strumenti adeguati e la possibilità di competere in un mondo che cambia a una velocità senza precedenti. Questa volta la politica ha aperto una porta. Adesso abbia il coraggio di attraversarla fino in fondo.

 

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