Anno: XXVIII - Numero 177    
Venerdì 18 Settembre 2026 ore 13:30
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Il patrimonio previdenziale non è dello Stato

Le Casse gestiscono risorse vincolate alle pensioni degli iscritti.

Il patrimonio previdenziale non è dello Stato

C’è una linea che il Governo dovrebbe avere ben chiara e che non può essere superata con il linguaggio della “prudenza”, della “sostenibilità” o dell’“interesse nazionale”: il patrimonio delle Casse di previdenza non è una riserva finanziaria dello Stato da orientare secondo le esigenze del momento.

È patrimonio destinato alla previdenza.

E questa distinzione non è un dettaglio tecnico. È il cuore della questione.

Il tema è tornato prepotentemente sul tavolo con l’intervento del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sulla gestione delle risorse delle Casse privatizzate. Al Senato, proprio rispondendo a un’interrogazione sugli investimenti di Enpam, Giorgetti ha ricordato che le Casse godono di autonomia gestionale, organizzativa e statutaria e che il sistema dei controlli coinvolge diverse istituzioni secondo le rispettive competenze.

È un passaggio importante. Perché se le Casse sono autonome, e se amministrano risorse previdenziali, il punto non può diventare quello di stabilire dall’esterno dove debbano essere investiti i soldi degli iscritti.

Il controllo pubblico è una cosa. L’indirizzo politico degli investimenti è un’altra.

La prima è doverosa. La seconda apre un problema enorme.

I numeri spiegano perché la tentazione sia forte. Secondo la COVIP, la relazione annuale 2025 è stata presentata nel giugno 2026 e riguarda anche il comparto delle Casse di previdenza. Ma proprio perché parliamo di una massa patrimoniale enorme, la domanda non può essere quanto di quel patrimonio possa essere indirizzato verso l’economia nazionale. La domanda corretta è: quale investimento tutela meglio gli interessi previdenziali degli iscritti, nel rispetto dei criteri di rendimento, rischio, diversificazione e sicurezza?

È una differenza sostanziale.

Negli ultimi mesi non sono mancati gli appelli politici affinché le Casse aumentassero il proprio contributo agli investimenti in Italia. Antonio Tajani ha parlato di una vera e propria “chiamata alle armi”, mentre il sottosegretario Claudio Durigon ha ricordato che il ruolo primario delle Casse resta quello di pagare le pensioni degli iscritti.

Ed è proprio qui che si trova il punto.

Le Casse non sono fondi sovrani. Non sono strumenti di politica industriale. Non sono casseforti a disposizione della politica economica del Governo. Sono enti che devono garantire prestazioni previdenziali a milioni di professionisti e lavoratori autonomi.

Naturalmente questo non significa che il patrimonio debba essere investito all’estero a prescindere, né che l’Italia debba essere esclusa dalle strategie di investimento. Significa semplicemente che l’interesse dell’economia italiana non può sostituire l’interesse previdenziale degli iscritti.

Se un investimento in Italia è conveniente, sicuro, adeguatamente remunerativo e coerente con la gestione del rischio, ben venga. Ma deve essere scelto perché risponde agli interessi della previdenza, non perché serve a finanziare una politica economica.

Altrimenti si rischia di capovolgere la logica.

Prima viene l’iscritto. Poi viene la scelta dell’investimento. Solo dopo, eventualmente, viene l’effetto positivo che quell’investimento può produrre sull’economia nazionale.

Non il contrario.

Ed è proprio questo il punto sul quale il dibattito politico dovrebbe essere estremamente rigoroso. Perché dietro quei miliardi non ci sono numeri astratti. Ci sono contributi versati obbligatoriamente dagli iscritti, aspettative pensionistiche, prestazioni future e la necessità di garantire equilibrio finanziario per decenni.

Il patrimonio deve quindi essere valutato per quello che rappresenta: una garanzia previdenziale.

Anche per questo la trasparenza e la vigilanza sono indispensabili. E non c’è nulla di scandaloso nel chiedere alle Casse maggiore chiarezza sugli investimenti, sui rischi, sui conflitti di interesse e sulle strategie adottate. Anzi, è un dovere verso gli iscritti.

Ma vigilare non significa comandare.

Controllare non significa disporre.

E soprattutto indirizzare non può significare appropriarsi, neppure indirettamente, della funzione economica di un patrimonio che ha una destinazione previdenziale precisa.

Il Governo ha il diritto e il dovere di occuparsi della stabilità del sistema previdenziale. Le Casse hanno il dovere di amministrare con prudenza le risorse degli iscritti. Gli iscritti hanno il diritto di sapere come vengono utilizzati i loro contributi.

Questa è la linea da non confondere.

Perché quando si parla del patrimonio delle Casse, prima dei miliardi vengono le persone che quei miliardi li hanno costruiti, euro dopo euro, attraverso il proprio lavoro.

E su questo punto la discussione non può essere lasciata all’ambiguità delle formule politiche: il patrimonio previdenziale deve servire innanzitutto alla previdenza.

 

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