Commercialisti, la svolta che non svolta
C’è una riforma che aspetta da anni di vedere la luce e che rischia di arrivare in Parlamento con un difetto imperdonabile: quello di essere già vecchia prima ancora di nascere.
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La riforma dell’ordinamento dei commercialisti dovrebbe essere una svolta. Una di quelle occasioni nelle quali una professione si guarda allo specchio, prende atto dei cambiamenti intervenuti e decide finalmente che cosa vuole diventare. Invece, leggendo le parole che arrivano dalla categoria, il rischio è di trovarsi davanti all’ennesimo compromesso: qualche innovazione, qualche apertura, qualche promessa e, soprattutto, molte questioni ancora irrisolte.
Il presidente dell’Anc Marco Cuchel ha messo il dito nella piaga: gli emendamenti considerati necessari per rendere la professione più attrattiva sono stati ritirati o respinti. E allora la domanda è inevitabile: che razza di riforma del futuro è quella che comincia cancellando le idee sul futuro?
Certo, nel testo ci sono elementi importanti: l’anticipazione del tirocinio, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, la formazione, le società tra professionisti, l’apertura all’attività giuslavoristica, l’equo compenso. Ma una riforma ordinamentale non può essere un catalogo di buone intenzioni. Deve stabilire con nettezza chi è il commercialista, quali sono le sue responsabilità, quali le sue competenze, quali le sue tutele e quale spazio professionale gli viene riconosciuto.
Soprattutto deve spiegare ai giovani perché dovrebbero scegliere questa professione.
Ed è proprio qui che il sistema rischia di inciampare. Se una professione è sempre più gravata da responsabilità, adempimenti, obblighi formativi, trasformazioni tecnologiche e responsabilità verso clienti e pubblica amministrazione, non si può pretendere che le nuove generazioni siano conquistate dalla sola prospettiva di un titolo professionale.
Servono certezze, dignità economica e identità professionale.
L’equo compenso non è un ornamento. La delimitazione delle responsabilità non è una questione tecnica per addetti ai lavori. Le competenze esclusive non sono una guerra corporativa. Sono gli strumenti attraverso i quali si definisce il valore di una professione.
E c’è un altro punto che non può essere liquidato in una riga: la governance. Se il sistema elettorale non garantisce adeguatamente la rappresentanza delle minoranze e se persistono dubbi sulla trasparenza e sulla collegialità nella gestione degli Ordini, la riforma rischia di modernizzare le regole professionali lasciando intatto il problema della partecipazione.
Insomma, il Parlamento ha davanti una scelta precisa: limitarsi a mettere il timbro su un testo già confezionato oppure utilizzare la discussione d’Aula per correggerlo, rafforzarlo e renderlo davvero adeguato ai prossimi vent’anni.
Perché il punto è esattamente questo. Una “carta costituzionale” della professione non può essere costruita pensando alla fotografia di oggi. Deve anticipare quella di domani.
Altrimenti, più che una riforma, consegneremo ai commercialisti un fiolone d’oro: grande, vistoso, celebrato da tutti e indigesto appena portato a tavola.
E questa volta il Parlamento dovrebbe avere il coraggio di aggiungere ciò che manca, non di accontentarsi di ciò che già c’è.
Il tempo dei ritocchi è finito. Se deve essere riforma, che sia davvero una riforma.
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