Anno: XXVIII - Numero 175    
Mercoledì 16 Settembre 2026 ore 13:30
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Basta: Governo e Regioni proteggano la sanità

48mila operatori coinvolti in sei mesi: promesse, leggi e annunci non fermano la violenza.

Basta: Governo e Regioni proteggano la sanità

Adesso basta davvero. Perché di fronte a una proiezione di quasi 49mila operatori sanitari potenzialmente coinvolti in aggressioni nei primi sei mesi dell’anno, Governo e Regioni non possono continuare a comportarsi come se il problema fosse una fatalità, un incidente di percorso o l’ennesima emergenza da affrontare con una dichiarazione di solidarietà.

Quarantottomila operatori in sei mesi. Circa 269 al giorno secondo la proiezione elaborata da Nursing Up sulla base del dato del 33% dello studio CEASE-IT. È una stima, certamente, e non un censimento degli episodi realmente accaduti nel 2026. Ma proprio per questo dovrebbe servire a una cosa: accendere immediatamente tutti gli allarmi della sanità italiana.

Invece siamo ancora qui a discutere.

E questa volta la responsabilità politica non può essere scaricata soltanto sui singoli aggressori. Chi aggredisce deve essere perseguito e punito. Ma Governo e Regioni devono rispondere di un’altra domanda, molto più scomoda: che cosa hanno fatto concretamente per impedire che migliaia di operatori sanitari finissero esposti alla violenza?

Perché se un sistema sa da anni dove, come e perché esplodono le aggressioni e continua a non mettere in campo una prevenzione adeguata, allora non siamo più davanti a un’emergenza. Siamo davanti a una responsabilità politica e organizzativa.

Le norme sull’arresto in flagranza e sulla flagranza differita sono importanti. Ma non possono diventare l’alibi per dichiarare risolto il problema. Lo Stato non può limitarsi a intervenire quando l’operatore è già stato insultato, minacciato, colpito o ferito.

La repressione arriva dopo. La sicurezza deve arrivare prima.

E qui Governo e Regioni hanno molto da spiegare.

Dove sono i sistemi di sicurezza nei pronto soccorso? Dove sono gli accessi realmente controllati? Dove sono i sistemi di allarme efficienti? Dove sono le body cam, laddove necessarie e compatibili con le regole sulla privacy? Dove sono gli investimenti per ridurre il caos delle attese? Dove sono gli organici adeguati? Dove sono i percorsi organizzativi capaci di separare le situazioni a rischio?

E soprattutto: perché continuiamo a pretendere che sia l’operatore sanitario, da solo, a gestire la rabbia di cittadini esasperati da ore di attesa, servizi insufficienti e una macchina sanitaria spesso incapace di dare risposte?

Non c’è nessuna giustificazione per la violenza. Ma c’è una responsabilità precisa nel non prevenire le condizioni che possono alimentarla.

Il Governo ama parlare di sicurezza. Lo fa nei programmi, nei decreti, nelle conferenze stampa. Bene. Ma la sicurezza non può fermarsi davanti alla porta di un ospedale.

E le Regioni, che gestiscono concretamente gran parte dell’organizzazione sanitaria, non possono continuare a considerare la sicurezza degli operatori come una voce accessoria del bilancio. Se un professionista viene aggredito durante il proprio turno, mentre sta svolgendo il servizio pubblico, non è soltanto un problema individuale. È un fallimento dell’organizzazione che avrebbe dovuto proteggerlo.

C’è poi la vergogna della violenza sommersa.

Quante aggressioni non vengono denunciate perché l’operatore pensa che non serva a nulla? Quante vengono derubricate a “episodi spiacevoli”? Quante vengono accettate come una parte inevitabile del lavoro?

Anche questo è un fallimento.

Perché un sistema nel quale il professionista preferisce tacere anziché denunciare è un sistema che ha perso credibilità. E quando la vittima non crede più nella capacità dell’istituzione di proteggerla, la violenza ha già ottenuto una prima vittoria.

Il Governo e le Regioni devono smetterla, dunque, di rincorrere le aggressioni.

Devono prevenirle.

Significa investire sulla sicurezza dei pronto soccorso, sugli organici, sulla formazione, sulla gestione delle attese, sull’informazione ai pazienti e ai familiari, sulla videosorveglianza, sugli allarmi, sull’organizzazione degli spazi e sulla presenza di personale adeguato nelle situazioni più esposte.

Perché non si può pretendere di risolvere il problema mettendo una telecamera dopo l’aggressione. Non si protegge un operatore con un comunicato stampa. Non si garantisce la sicurezza con l’ennesimo tavolo ministeriale.

Servono soldi, organizzazione e responsabilità.

E soprattutto serve una decisione politica: considerare la sicurezza degli operatori sanitari una priorità nazionale.

Altrimenti continueremo con il solito copione. Un’aggressione. La condanna. La solidarietà. L’annuncio di nuove misure. Qualche titolo sui giornali. Poi tutto torna come prima.

Fino alla prossima aggressione.

E alla prossima ancora.

È questa la sanità che Governo e Regioni vogliono consegnare agli italiani?

Una sanità nella quale chi cura deve avere paura di essere aggredito?

Una sanità nella quale il professionista deve scegliere tra il proprio dovere e la propria sicurezza?

Se la risposta è no, allora è arrivato il momento di dimostrarlo con i fatti.

Perché 48mila operatori potenzialmente coinvolti in sei mesi non sono un numero da commentare. Sono un’accusa. E Governo e Regioni non possono continuare a far finta di non sentirla.

 

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