Anno: XXVIII - Numero 172    
Venerdì 11 Settembre 2026 ore 13:30
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Vaccini, la politica non si nasconda

La prevenzione non può essere ostaggio della propaganda.

Vaccini, la politica non si nasconda

C’è un’Italia che protegge i suoi bambini e un’Italia che li protegge meno. Non è una metafora politica: è la fotografia, preoccupante, delle coperture vaccinali. Tredici Regioni e Province autonome sono sotto quella soglia del 95% indicata dalla sanità pubblica come riferimento fondamentale per garantire una protezione collettiva adeguata. In Sicilia l’esavalente si ferma all’85,88%, a Bolzano all’87,39%. Numeri che non possono essere archiviati come semplici differenze statistiche. Sono il segnale di una prevenzione che si sta indebolendo e di un sistema sanitario che rischia di lasciare scoperti proprio i cittadini più vulnerabili.

Un bambino non dovrebbe essere più o meno protetto a seconda del luogo in cui nasce. E invece è quello che sta accadendo. La tutela della salute non può dipendere dal codice postale. Se in alcune aree del Paese le coperture raggiungono livelli rassicuranti e in altre precipitano molto più in basso, significa che esiste una frattura territoriale che la politica non può continuare a ignorare.

Ma sarebbe ipocrita fermarsi ai numeri senza affrontare una delle cause che hanno contribuito ad alimentare questa situazione: la disinformazione no-vax. Il dubbio di un genitore è legittimo. La paura è umana. Fare domande ai medici è doveroso. Altra cosa è trasformare il dubbio in una propaganda permanente contro la medicina, la ricerca e le istituzioni sanitarie. Altra cosa ancora è mettere sullo stesso piano uno studio scientifico e un video sui social, l’opinione di un influencer e quella di un immunologo.

E qui la politica deve fare i conti con le proprie contraddizioni. Perché mentre oggi ci si preoccupa, giustamente, delle conseguenze della disinformazione vaccinale, il ministro della Salute Orazio Schillaci è stato protagonista di scelte che hanno suscitato interrogativi proprio sul rapporto tra istituzioni, obblighi vaccinali e mondo no-vax.

C’è innanzitutto la vicenda dei sanitari sospesi durante il Covid per non aver rispettato l’obbligo vaccinale. La linea del governo è stata quella di favorire il loro rientro anticipato, con una scelta che molti hanno letto come una sorta di sanatoria politica nei confronti di chi aveva rifiutato la vaccinazione quando l’obbligo era stato previsto per chi lavorava nella sanità. Si può discutere sulla proporzionalità delle sanzioni, sulla loro durata e sulla necessità di superare una fase emergenziale ormai conclusa. Ma una cosa è discutere le conseguenze giuridiche di una norma; altra cosa è trasmettere il messaggio che, alla fine, chi l’ha violata venga premiato o comunque rapidamente riabilitato.

Poi è arrivato il caso ancora più clamoroso delle nomine al Nitag, il gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni. Nel 2025 il ministero aveva inserito tra gli esperti anche Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle, figure fortemente contestate dalla comunità scientifica per le loro posizioni sui vaccini. Dopo l’alzata di scudi di esponenti del mondo scientifico e di numerose società scientifiche, il ministro fu costretto ad azzerare le 22 nomine.

È un episodio che non può essere rimosso dalla memoria della sanità italiana. Perché la questione non è stabilire chi abbia il diritto di parlare. Tutti possono parlare. La questione è stabilire chi debba avere il compito di consigliare lo Stato sulle politiche vaccinali. E quando si istituisce un organismo tecnico chiamato a fornire consulenza sulle vaccinazioni, la competenza scientifica e l’autorevolezza professionale non possono essere considerate dettagli secondari.

Il ministro fece marcia indietro. Bene. Ma resta una domanda politica: perché quelle nomine erano state fatte in partenza? E perché si è dovuto attendere che fosse la comunità scientifica a sollevare il caso perché il ministero correggesse la rotta?

È difficile chiedere credibilità alla sanità pubblica se contemporaneamente si mandano segnali ambigui sul tema dei vaccini. Da una parte si combatte la disinformazione, dall’altra si cerca una conciliazione politica con chi ha contestato l’obbligo vaccinale e si arriva a proporre o sostenere misure favorevoli ai sanitari sospesi; poi si inseriscono nel principale organismo consultivo sui vaccini figure che suscitano la protesta degli scienziati e infine si torna indietro.

Non è questo il modo nel quale si costruisce la fiducia.

La scienza non è una questione di maggioranza. Non si vota, non si decide con i like e non si stabilisce sulla base di chi riesce a urlare più forte. I vaccini vengono sottoposti a studi, verifiche, controlli e sistemi di sorveglianza. La ricerca scientifica può essere discussa, aggiornata, persino smentita da nuove evidenze. Ma non può essere sostituita dalla propaganda.

Ed è proprio per questo che la politica deve essere ancora più rigorosa. Se lo Stato pretende di combattere la disinformazione, deve essere il primo a non generare ambiguità. Non può contemporaneamente denunciare la propaganda no-vax e dare l’impressione di legittimarla attraverso scelte istituzionali discutibili.

Il problema è serio perché le coperture vaccinali stanno mostrando crepe che non possono essere ignorate. E quando una parte del Paese scende molto al di sotto della soglia di sicurezza, non siamo davanti a una guerra culturale tra fazioni. Siamo davanti a un problema di salute pubblica.

Un bambino non può essere più esposto a una malattia infettiva perché è nato in Sicilia anziché in Emilia-Romagna. La prevenzione non può avere confini regionali. E non può essere affidata alla fortuna, alla qualità dell’informazione che una famiglia trova sui social o alla capacità del singolo genitore di distinguere una fonte scientifica da una bufala.

Per questo l’allarme degli Assistenti sanitari della Fno Tsrm e Pstrp merita attenzione. Se vogliamo recuperare le famiglie che hanno perso fiducia, dobbiamo rafforzare i servizi territoriali. Non si può chiedere ai Dipartimenti di prevenzione di combattere una macchina propagandistica globale con organici insufficienti e risorse limitate. Più personale significa più capacità di raggiungere le famiglie, spiegare, accompagnare e recuperare chi è rimasto indietro.

La presidente della Commissione di albo, Daniela Addis, ha centrato il problema: la prevenzione non può essere un diritto diverso a seconda del territorio nel quale si vive. È esattamente questo il rischio che emerge dai dati.

E non riguarda soltanto chi decide di non vaccinare i propri figli. Quando le coperture scendono troppo, si indebolisce la protezione dell’intera comunità, compresi quei bambini e quei cittadini che non possono essere vaccinati per ragioni mediche o che non sviluppano una risposta sufficiente.

Per questo la responsabilità non può essere scaricata soltanto sulle famiglie. Certo, esiste una responsabilità individuale. Ma esiste anche una responsabilità pubblica. Lo Stato deve garantire servizi efficienti, personale adeguato, accesso semplice alle vaccinazioni e un’informazione corretta.

E il ministero deve essere il primo a dare un messaggio inequivocabile. Perché se si vuole combattere il no-vaxismo, non si può contemporaneamente cercare il consenso dei no-vax. Se si vuole difendere la scienza, non si può creare ambiguità proprio negli organismi chiamati a rappresentarla. Se si vuole chiedere ai cittadini di fidarsi delle istituzioni sanitarie, le istituzioni devono dimostrare per prime di fidarsi della scienza.

La libertà di opinione è sacrosanta. Ma la libertà di opinione non rende vera una falsità scientifica. E soprattutto non obbliga le istituzioni a trattare come equivalenti l’evidenza scientifica e la disinformazione.

Non serve una guerra social contro i no-vax. Serve qualcosa di molto più serio: una sanità pubblica capace di essere presente, autorevole e convincente. Servono professionisti preparati, ambulatori accessibili, campagne informative efficaci e un rapporto diretto con le famiglie. Bisogna tornare nei territori, nelle scuole, negli ambulatori e nelle comunità.

Ma bisogna anche evitare che siano le istituzioni a mandare messaggi contraddittori.

Perché non si può prima denunciare la propaganda anti-vaccinale e poi, dall’interno delle stesse istituzioni sanitarie, compiere scelte che rischiano di darle una patente di rispettabilità. Il caso delle nomine al Nitag e quello dei sanitari sospesi devono essere una lezione per tutti: sulla salute pubblica non si fanno esperimenti politici.

Dietro ogni punto percentuale perso non c’è soltanto una statistica. C’è un pezzo di protezione collettiva che si indebolisce. E quando una Regione arriva all’85,88%, come la Sicilia, non siamo più davanti a una semplice imperfezione del sistema. Siamo davanti a un campanello d’allarme.

La politica lo ascolti prima che sia troppo tardi. Il ministro della Salute sappia che la credibilità della sanità pubblica si costruisce anche attraverso le persone alle quali viene affidato il compito di rappresentare la scienza nelle istituzioni.

I no-vax continueranno a fare rumore sui social. La sanità pubblica deve fare molto più rumore: con la scienza, con i professionisti, con i dati e soprattutto con i fatti.

Perché la scienza non ha bisogno di essere addomesticata dalla politica.

Ha bisogno di essere rispettata.

 

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