Anno: XXVIII - Numero 177    
Venerdì 18 Settembre 2026 ore 13:30
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Professioni, basta con le riforme sulla carta

La grande riforma rischia di essere solo una grande delega. E il conto lo pagheranno i professionisti.

Professioni, basta con le riforme sulla carta

La riforma degli ordinamenti professionali arriva alla Camera. Ma attenzione a non confondere l’avvio dell’iter con una riforma già fatta.

Perché il punto vero è molto concreto: chi stabilirà domani chi potrà fare cosa, quali titoli serviranno per entrare in una professione, come si svolgerà il tirocinio, quali saranno le competenze riservate, quali obblighi dovranno rispettare gli iscritti e come funzioneranno gli Ordini?

La risposta, oggi, è semplice: molte di queste decisioni arriveranno dopo, nei decreti legislativi.

E qui sta il problema.

Il Parlamento si appresta a fissare una serie di principi e criteri, mentre al Governo spetterà trasformarli nelle regole operative. Significa che la partita vera non finisce con il voto sulla delega. Comincia dopo.

E allora le categorie farebbero bene a smettere di festeggiare l’annuncio della riforma e a cominciare a leggere riga per riga quello che potrebbe cambiare concretamente.

Prendiamo le competenze. Se il nuovo sistema dovrà chiarire le attività attribuite alle singole professioni, bisogna sapere fin da subito quali saranno i criteri utilizzati. Non basta scrivere che le competenze dovranno essere coerenti con la formazione. Bisogna stabilire chi decide, sulla base di quali percorsi formativi e con quali garanzie.

Perché una modifica delle competenze può cambiare il mercato professionale di migliaia di persone.

Stesso discorso per l’accesso.

Se si vuole rendere più rapido il percorso verso l’esercizio professionale, bisogna spiegare come cambieranno laurea, tirocinio, esame di Stato e abilitazione. Semplificare le procedure è una cosa; ridurre la preparazione necessaria per esercitare una professione è un’altra.

E questa distinzione deve essere scritta nelle norme, non affidata alle buone intenzioni.

Poi c’è la formazione continua. Anche qui il problema è concreto: quali obblighi avranno i professionisti? Chi li controllerà? Quali conseguenze ci saranno per chi non li rispetta? Quale rapporto ci sarà tra formazione, responsabilità e mantenimento dell’iscrizione?

Non sono dettagli. Sono le regole con cui un professionista si confronterà ogni giorno.

Ancora più delicato è il capitolo della responsabilità e della disciplina.

Cambiare il sistema disciplinare significa intervenire direttamente sul rapporto tra professionista, Ordine e cittadino. Significa stabilire procedure, garanzie, sanzioni e responsabilità. Anche qui non servono formule eleganti: servono regole comprensibili e applicabili.

E sugli Ordini bisogna uscire dalla retorica.

Si parla di trasparenza, ricambio generazionale, rappresentanza di genere e meritocrazia. Bene. Ma traduciamo subito queste parole in domande concrete: come saranno eletti gli organi? Quanto dureranno gli incarichi? Quali saranno i limiti? Come verrà garantita la rappresentanza? Quali competenze saranno richieste a chi governa un Ordine?

Sono queste le questioni che interessano realmente gli iscritti.

Lo stesso vale per le Società tra professionisti, per il riconoscimento dell’attività di consulenza, per il tirocinio e per la responsabilità professionale. Ogni modifica normativa avrà effetti sul lavoro quotidiano, sui costi, sulle opportunità e sulla concorrenza.

E poi c’è il tema dei compensi.

Qui sarebbe bene avere il coraggio di dirlo chiaramente: non si può costruire una riforma chiedendo sempre più responsabilità al professionista e continuando a considerare il suo lavoro come una variabile da comprimere.

Un professionista deve pagare formazione, assicurazione, previdenza, strumenti tecnologici, personale e adempimenti. Se la riforma aumenta gli obblighi, deve anche interrogarsi sulle condizioni economiche nelle quali quegli obblighi vengono sostenuti.

Il punto, dunque, non è essere favorevoli o contrari alla riforma.

Il punto è molto più serio: pretendere di sapere quale riforma arriverà davvero.

Perché oggi abbiamo una delega. Domani avremo i decreti. E sarà nei decreti che compariranno le regole che gli iscritti dovranno applicare.

È lì che si deciderà se il tirocinio sarà davvero più semplice, se l’accesso sarà più razionale, se le competenze saranno più chiare, se la formazione sarà più efficace, se la disciplina sarà più equilibrata e se gli Ordini saranno davvero più moderni.

Per questo le audizioni alla Camera non possono essere una formalità.

Le categorie devono arrivare con proposte precise. Devono indicare ciò che va scritto nella legge delega e ciò che deve essere escluso. Devono chiedere tempi, criteri e garanzie. E soprattutto devono seguire la scrittura dei decreti legislativi fino all’ultima riga.

Non basta essere ascoltati. Bisogna incidere.

E qui viene la richiesta che non può più essere rinviata.

Parlamento e Governo devono dire oggi, prima dell’approvazione definitiva della delega, quali garanzie intendono assicurare alle professioni. Devono fissare principi chiari sulle competenze, sull’accesso, sulla formazione, sulla responsabilità, sulla governance e sull’autonomia degli Ordini. Non possono chiedere alle categorie di firmare una cambiale normativa senza conoscerne l’importo.

E alle rappresentanze professionali va chiesto altrettanto chiaramente di non limitarsi a difendere le proprie posizioni nei comunicati stampa. Devono presentare proposte scritte, pubbliche e verificabili e pretendere che quelle proposte siano discusse prima che il Governo scriva i decreti.

Nessuno venga poi a raccontare che non sapeva.

Perché una volta approvata la delega, la finestra per incidere si restringerà. E quando arriveranno i decreti legislativi in Gazzetta Ufficiale, non sarà più il momento delle audizioni, delle promesse e delle proteste.

Sarà troppo tardi.

Questa volta le professioni non chiedano soltanto di essere ascoltate: chiedano di essere coinvolte nella scrittura delle regole. E Parlamento e Governo dimostrino, nero su bianco, che la loro voce non sarà un semplice verbale da archiviare.

La vera riforma non sarà questa.

Sarà quella che il professionista troverà domani sulla scrivania, quando dovrà capire come accedere alla professione, quali attività potrà svolgere, quali obblighi dovrà rispettare e quanto gli costerà esercitare il proprio lavoro.

È lì che si misurerà la grande riforma. E su quelle regole, questa volta, le professioni devono pretendere di avere voce prima, non diritto di lamentarsi dopo.

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