Psicologia delle Destra, dal Fascismo al Melonismo
Un saggio di Marco Gervasoni
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Il saggio di Marco Gervasoni, Professore ordinario di Storia contemporanea all’Università del Molise, dove è titolare della cattedra di Storia della psicologia, pubblicato da Rubbettino (2025, pp.137, € 15,00) nella collana “Problemi aperti”, si propone un obiettivo ambizioso: leggere la destra italiana — dal fascismo storico fino al “melonismo” odierno — non attraverso gli strumenti consueti della storiografia politica o della politologia, ma attraverso quelli della psicologia politica e della psicoanalisi. L’operazione è dichiaratamente interdisciplinare: Gervasoni intreccia la tradizione della Scuola di Francoforte (Fromm, Löwenthal), la psicoanalisi freudiana e la storia del neofascismo italiano per delineare quella che definisce la “mente di destra”, con un affondo specifico sulla figura di Giorgia Meloni come punto di condensazione simbolica del fenomeno.
Il libro procede lungo un arco cronologico secolare, cercando linee di continuità psichica più che di continuità ideologica in senso stretto — scelta metodologica che è insieme la sua ambizione principale e il suo punto più rischioso. L’idea di fondo è che esista un nucleo di tratti ricorrenti — la centralità del capo carismatico, la costruzione del “nemico interno”, il bisogno di riconoscimento, un immaginario venato di paranoia — che riemergono ciclicamente nei momenti di tensione istituzionale, dal fascismo mussoliniano al neofascismo missino fino al sovranismo nazional-populista contemporaneo, accostato per analogia al trumpismo e al lepenismo.
Un passaggio programmatico dell’autore, diffuso in fase di lancio del volume, chiarisce bene l’ipotesi centrale: la cultura politica della destra italiana sarebbe strutturalmente legata a un immaginario paranoide, con la tendenza a percepirsi come vittima dei “poteri forti” anche quando esercita essa stessa il potere di governo, un tratto che, per Gervasoni, non è mera tattica propagandistica ma una vera e propria “forma mentis”.
Il rimando alla Scuola di Francoforte non è casuale: Gervasoni sembra muoversi sulla scia degli studi classici sulla “personalità autoritaria” (la linea che va da Fromm a Adorno, passando per Löwenthal e Guterman) per applicarli — aggiornandoli — al caso italiano contemporaneo. È un tentativo di dare spessore teorico a un fenomeno spesso trattato solo cronachisticamente, e di restituire complessità a una figura come quella di Giorgia Meloni che il dibattito pubblico tende a schiacciare su letture superficiali, sia agiografiche sia liquidatorie.
“L’ambizione di sintesi”: pochi saggi italiani recenti tentano di tenere insieme un secolo di storia della destra sotto un’unica chiave interpretativa coerente, evitando la frammentazione in monografie di fase.
“Il recupero di strumenti classici”: riportare in circolo la psicologia politica francofortese, oggi poco frequentata nel dibattito pubblico italiano, ha un valore quasi di riscoperta metodologica.
“L’attenzione al presente”: l’aggancio a Meloni, Trump e Le Pen rende il libro immediatamente rilevante per il lettore interessato all’attualità, non solo per lo specialista di storia del fascismo e, in generale, “delle destre”, per ricordare Prezzolini. E senza trascurare Marcello Veneziani, Alessandro Campi, Carlo Galli, Paolo Macry e Francesco Giubilei che hanno approfondito gli eventi storici dell’ultimo secolo che hanno visto protagonisti personaggi e movimenti in qualche modo interpreti di quella che la storia repubblicana dimostra essere la maggioranza tra gli italiani.
“Il rischio di psicologizzare la politica”: leggere fenomeni storici e politici in chiave prevalentemente psicologica espone sempre al pericolo di scivolare da una spiegazione a una diagnosi, riducendo scelte politiche, contesti socioeconomici e dinamiche di consenso a tratti caratteriali collettivi. Il lettore critico dovrà valutare se Gervasoni mantenga il rigore storiografico o se, in alcuni passaggi, l’analogia psichica prenda il sopravvento sulla contestualizzazione storica.
“La tenuta della continuità fascismo-melonismo”: equiparare — anche solo sul piano degli “immaginari” — Fratelli d’Italia al fascismo storico e al neofascismo missino è operazione storiograficamente delicata, che rischia di appiattire differenze sostanziali (di contesto istituzionale, di cultura politica, di rapporto con la democrazia liberale) sotto un’unica etichetta psicologica. È il punto su cui ci si può aspettare le obiezioni più nette, anche da chi non è vicino a quell’area politica.
Gervasoni ha una lunga traiettoria pubblica come commentatore, con importanti contributi (Pensare l’impolitico. Il conservatorismo italiano è del 2022, sempre per Rubbettino; pregevole un suo lavoro “Le armate del Presidente”, edito da Marsilio).
“Psicologia della destra”, dunque, è un saggio che ha il merito di riportare la psicologia politica al centro dell’analisi storiografica italiana, in un momento in cui la destra al governo è spesso raccontata o con toni apologetici o con schematismi di maniera. Il rischio maggiore resta quello, tipico di ogni operazione “psicostorica”, di scambiare la suggestione interpretativa per dimostrazione: la continuità tra fascismo e melonismo funziona meglio come metafora euristica che come tesi storiografica in senso stretto. Resta un contributo che merita lettura critica, soprattutto per chi voglia misurarsi con un tentativo di spiegazione che esce dai binari consueti della cronaca politica. Un contributo significativo in un settore, la politica come ideale e come azione, che richiede ulteriori messe a punto proprio per quella pluralità di espressioni che la destra o le destre dimostrano nella realtà.
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