UN SEGGIO AL CUN PER I DOTTORANDI
Via libera unanime in Commissione Cultura: dottorandi e specializzandi avranno rappresentanza diretta nel Cun, ma restano tensioni sugli equilibri interni.
Il 22 luglio la Commissione Cultura del Senato ha deciso: un rappresentante dei dottorandi e uno degli specializzandi nel Consiglio universitario nazionale, eletti direttamente. Lo stesso testo era stato presentato dal relatore e dai gruppi di maggioranza e di opposizione. Al contempo, però, i professori ordinari guadagnano peso e da alcuni di loro parte una manovra per ridimensionare la rappresentanza appena conquistata. E dentro il Cun – a mandato scaduto da giugno, dopo tre proroghe – si processa intanto la libera parola di un suo componente.
Il 22 luglio 2026 la Commissione Cultura del Senato ha approvato all’unanimità la nuova rappresentanza di studenti, dottorandi e specializzandi nel Consiglio Universitario Nazionale (CUN). Il testo prevede cinque studenti, un rappresentante dei dottorandi di ricerca e un rappresentante degli specializzandi, eletti contestualmente al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU).
Il funzionamento attuale, invece, prevede che in CUN ci siano otto studenti, scelti dal CNSU fra i propri componenti, senza garanzie di rappresentanza per dottorandi e specializzandi. Dalla prossima tornata si voterà direttamente e per collegi separati: per la prima volta, chi fa il dottorato sceglierà chi lo rappresenta, chi è in formazione specialistica sceglierà il proprio.
Questo risultato, frutto dell’autorevolezza dell’ADI e dell’unità di scopo di tutta la rappresentanza studentesca e di specializzazione, ha ottenuto un consenso largo e unanime. Infatti, a seguito della discussione sull’emendamento a prima firma del senatore Francesco Verducci (Partito Democratico), lo stesso identico testo è stato adottato dal relatore del provvedimento, il senatore Mario Occhiuto (Forza Italia), constatando il consenso di tutte le altre forze politiche di maggioranza e opposizione presenti in commissione (Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Fratelli d’Italia). Auspichiamo e crediamo, ora, che il dicastero guidato da Anna Maria Bernini, con la quale il dialogo è attivo e riconosciuto sulla fase attuativa del DDL 2735, dia parere favorevole all’emendamento unanimemente approvato dalla Commissione.
Il nuovo Cun avrà così trentotto componenti: quattordici professori ordinari, uno per ogni area disciplinare, quattordici seggi contesi fra associati e ricercatori, cinque studenti, un dottorando, uno specializzando, tre rappresentanti del personale tecnico-amministrativo. I presidenti di CRUI, CNSU e CODAU siedono senza diritto di voto. Mentre il CUN diventa più piccolo, gli ordinari passano da meno di un quarto a più di un terzo dei componenti, e hanno un seggio riservato in ogni area. Tutti gli altri docenti se ne dividono uno. Chi lavora nella ricerca con contratti a termine non entra affatto: gli emendamenti che chiedevano un seggio per quelle figure sono stati respinti, e chiederemo che se ne riparli in Parlamento.
Il punto allora è semplice. Da questa riforma, comunque, i professori ordinari usciranno con più peso di prima. Registriamo con gravità e sdegno che proprio da alcuni professori, per interessi corporativi o appetiti personali, stia partendo in queste ore una manovra bipartisan per ridimensionare la rappresentanza di studenti, dottorandi e specializzandi appena conquistata, cioè di chi rappresenta per davvero il cuore della missione costituzionale dell’università. Se ciò si verificasse, ogni aspetto dell’attuale riforma andrebbe riconsiderato, dalla sua presidenza indipendente dal Ministro pro tempore fino alle funzioni che sono attribuite per legge, immaginando anche una elezione diretta da parte di tutta la comunità accademica del Presidente del Consiglio Universitario Nazionale, slegata da ogni logica di Area.
Un seggio, però, vale solo per quanto sia davvero possibile incidere democraticamente sulle determinazioni dell’organo. E qui c’è un fatto che ci riguarda direttamente. Mentre il Parlamento decideva la composizione del CUN, dentro il CUN si è aperto un dibattimento attorno a Mauro Tulli, componente del CUN, “colpevole” di essere andato in audizione presso la VII Commissione del Senato, in veste di esperto e a titolo personale, a dire quello che pensa. Non ha parlato a nome del Consiglio e non ha mai preteso di farlo: era stato invitato come voce autorevole dell’università italiana, e ha esercitato una libertà che la Costituzione riconosce a chiunque, portando peraltro argomentazioni in difesa del CUN quale istituzione democratica e rappresentativa di tutte le componenti universitarie, ivi comprese quelle studentesca, dottorale e di specializzazione. Ciò gli è stato contestato, tanto in nome delle forme che del contenuto delle sue libere dichiarazioni. Il paradosso, fra l’altro, è ancor più evidente se confrontato con una realtà: la stessa Presidenza del CUN ha espresso in audizione un consenso pressoché totale all’impianto del Ddl – senza muovere rilievo alcuno al taglio considerevole alla rappresentanza di studenti, dottorandi e specializzandi previsto nella versione originaria del provvedimento – senza alcun chiaro mandato dell’organo e senza alcuna discussione preventiva in sede plenaria. L’ADI non intende essere neutrale, come non è mai stata, ed esprime la propria piena e totale solidarietà a Mauro Tulli. In un organo di rappresentanza si deve discutere di ogni aspetto che lo riguarda. Quando le “forme” diventano lo strumento per zittire una voce scomoda, non tanto è o solo la correttezza istituzionale a essere difesa, ma il senso stesso del vivere democratico nelle istituzioni.
C’è infine una cosa che non si può più rimandare. Dal 30 giugno 2026 il Cun è in prorogatio: il mandato, già prorogato tre volte consecutive (al 31 luglio 2025 con il DL 16/2024, al 31 dicembre 2025 con il DL 90/2025, infine al 30 giugno 2026 con il DL 200/2025), è scaduto e il Consiglio continua a lavorare su tacita disposizione del Ministero. Ogni atto adottato in queste condizioni è attaccabile sul piano formale, e parliamo dell’organo chiamato a pronunciarsi sull’attuazione della riforma del reclutamento.
Chiediamo che l’esame del disegno di legge prosegua senza rinvii, che il testo approvato in Commissione arrivi intatto al voto dell’Aula e che le elezioni si tengano appena la nuova disciplina lo consente. Il CUN deve tornare a essere il luogo in cui studenti, dottorandi e specializzandi dicono la loro su tutto quello che riguarda l’università.
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