VACCINI, ITALIA A RISCHIO
Tredici Regioni sotto il 95%. In Sicilia copertura all’85,88%: la scienza non può essere sconfitta dalla propaganda.
Un bambino non dovrebbe essere più o meno protetto a seconda del luogo in cui nasce. E invece in Italia accade. La fotografia delle vaccinazioni infantili è impietosa: mentre la medicina indica nel 95% la soglia necessaria per garantire una protezione collettiva adeguata, 13 Regioni e Province autonome restano sotto quel livello. In Sicilia la copertura dell’esavalente si ferma all’85,88%, a Bolzano all’87,39%. Non è una semplice differenza statistica. È una falla nella rete della prevenzione.
E dietro quella falla c’è anche un problema che per troppo tempo la politica ha avuto paura di chiamare con il suo nome: la disinformazione no-vax. Una propaganda che ha trasformato la vaccinazione in una guerra ideologica, seminando diffidenza verso medici, ricercatori e istituzioni sanitarie. Il dubbio legittimo è una cosa. Trasformare il dubbio in una macchina organizzata di disinformazione è un’altra.
La scienza non si vota, non si mette ai referendum e non si decide contando i like sui social. I vaccini vengono valutati sulla base delle evidenze scientifiche, degli studi clinici e dei sistemi di sorveglianza. Eppure una parte del dibattito pubblico continua a mettere sullo stesso piano l’opinione di un influencer e quella di un immunologo.
È una follia che il sistema sanitario non può permettersi.
Gli immunologi e gli esperti di sanità pubblica lo hanno spiegato in ogni modo: quando le coperture scendono troppo, non è soltanto il singolo bambino vaccinato o non vaccinato a essere coinvolto. Si indebolisce la protezione dell’intera comunità, compresi quei bambini e quei cittadini che, per ragioni mediche, non possono essere vaccinati o non sviluppano una risposta sufficiente.
Per questo l’allarme lanciato dagli Assistenti sanitari della Fno Tsrm e Pstrp va preso sul serio. La risposta non può essere una guerra social contro i no-vax, ma neppure la rassegnazione. Servono tre cose molto concrete: informare, ascoltare e rafforzare i servizi territoriali.
Informare significa combattere la disinformazione con una presenza capillare della sanità pubblica. Le famiglie devono poter riconoscere una fonte scientifica seria e distinguere un dato verificato da una bufala confezionata per diventare virale.
Ascoltare significa smettere di considerare il colloquio pre-vaccinale una formalità. Chi ha paura deve poter trovare un professionista preparato che risponda alle domande. La fiducia non si ordina: si costruisce.
E poi c’è il personale. Perché non si può chiedere ai Dipartimenti di prevenzione di vincere la battaglia contro la disinformazione se sono lasciati senza risorse e senza organici adeguati. Più Assistenti sanitari significa più capacità di raggiungere le famiglie, spiegare, accompagnare e recuperare chi è rimasto indietro.
La presidente della Commissione di albo, Daniela Addis, coglie il punto: «La prevenzione non può essere un diritto diverso a seconda del territorio in cui si vive».
È precisamente ciò che sta accadendo. Da una parte ci sono territori nei quali la copertura si avvicina agli obiettivi di sicurezza; dall’altra realtà nelle quali la distanza è ormai troppo grande.
E qui la responsabilità non può essere scaricata soltanto sulle famiglie. Lo Stato deve garantire servizi efficienti e informazione corretta. Ma deve anche avere il coraggio di dire che non tutte le informazioni hanno lo stesso valore e che la libertà di esprimere un’opinione non significa avere il diritto di spacciare una falsità scientifica per verità.
Il fronte della prevenzione non si vince con gli slogan. Si vince tornando nei territori, dentro gli ambulatori, nelle scuole, nelle famiglie e soprattutto attraverso professionisti capaci di parlare alle persone.
Perché ogni punto percentuale perso nella copertura vaccinale non è un numero astratto: è un pezzo di protezione collettiva che si indebolisce.
E quando si arriva all’85,88%, come in Sicilia, non siamo più davanti a una semplice imperfezione del sistema. Siamo davanti a un campanello d’allarme che la politica non può continuare a ignorare.
I no-vax continueranno a gridare sui social. La sanità pubblica deve fare molto più rumore: con i fatti, con la scienza e con una prevenzione finalmente uguale per tutti.
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