Anno: XXVIII - Numero 174    
Martedì 15 Settembre 2026 ore 13:30
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L'ordine mondiale è finito.

Meloni chiarisca sulle armi a Kiev e scelga l'Europa

L'ordine mondiale è finito.

Più che nascere un nuovo ordine internazionale, si è dissolto quello vecchio. E adesso si vede il caos». È questa la fotografia, netta e senza sconti, tracciata da Giorgio La Malfa, ex segretario del Partito Repubblicano Italiano, già ministro e parlamentare, oggi presidente della Fondazione Ugo La Malfa. Un giudizio che parte dalla crisi della leadership americana e arriva direttamente al cuore del problema europeo: un continente stretto tra il ritorno dei nazionalismi, la guerra in Ucraina e una Russia che, pur non rappresentando nell’immediato una concreta minaccia militare per l’Europa occidentale, dispone di strumenti sempre più efficaci di destabilizzazione politica.

Secondo La Malfa, il punto di partenza è il progressivo disimpegno degli Stati Uniti. Washington, osserva, «ha abdicato alla sua funzione» di ordinatore delle relazioni internazionali e sembra essersi trasformata in una potenza regionale con ambizioni imperiali, capace di esprimere desideri ma non necessariamente di assumersi le responsabilità che una leadership globale comporta. È una trasformazione dagli effetti potenzialmente devastanti perché viene meno quel sistema occidentale guidato dagli Stati Uniti che, nel bene e nel male, ha garantito un equilibrio internazionale per decenni.

E l’Europa rischia di essere la prima vittima di questo vuoto. Il problema, per La Malfa, non è soltanto la guerra in Ucraina, ma l’incapacità dell’Unione europea di presentarsi come soggetto politico unitario. Servirebbe un’Europa molto più integrata, dotata di una reale capacità decisionale e soprattutto di una voce unica. Al contrario, tornano a prevalere gli interessi nazionali, proprio mentre il mondo avrebbe bisogno di una maggiore capacità di governo sovranazionale.

La Russia occupa in questo scenario una posizione ambigua ma pericolosa. La Malfa non ritiene attuale il rischio di un attacco militare russo contro altri Paesi europei. Il ragionamento è semplice: se Mosca non è riuscita a prevalere rapidamente in Ucraina, appare difficile immaginare che possa realisticamente intraprendere operazioni militari contro Polonia, Romania o Paesi baltici. Ma questo non significa che il pericolo russo sia inesistente. Al contrario.

La vera forza di Mosca, oggi, sarebbe soprattutto quella della destabilizzazione. Droni, operazioni ibride, attività paramilitari e soprattutto sostegno ai movimenti politici che possono indebolire la coesione europea rappresentano strumenti di pressione che il Cremlino può utilizzare proprio mentre la sua capacità militare convenzionale resta impegnata sul fronte ucraino. La Malfa richiama esplicitamente l’attenzione sui rapporti tra Mosca e alcune forze politiche europee, citando AfD e Marine Le Pen e indicando come «probabile» anche un sostegno a Roberto Vannacci.

È una partita che si gioca dunque non soltanto sui campi di battaglia, ma nelle società europee, nelle urne e nell’opinione pubblica. E qui torna il fantasma del Novecento. La Malfa individua un rischio ancora più profondo nel passaggio dei movimenti nazionalisti dalle questioni dell’immigrazione e della sicurezza alle rivendicazioni territoriali. È proprio questo, ricorda, che trasformò il nazionalismo europeo in una tragedia nel secolo scorso.

Il riferimento a Kaliningrad è volutamente provocatorio: se un giorno la Germania dovesse rimettere in discussione l’appartenenza russa di quella che fu Königsberg, città prussiana legata alla figura di Immanuel Kant, «l’incendio non si fermerebbe più». E l’Europa, avverte La Malfa, è piena di questioni territoriali irrisolte. Per questo assume un significato particolare la cautela del Rassemblement National davanti al successo dell’AfD: il nazionalismo tedesco potrebbe diventare un problema ben più grave se dalle questioni identitarie passasse alle ambizioni territoriali.

Il monito storico è quello pronunciato da François Mitterrand nel 1995 davanti al Parlamento europeo: «Le nationalisme c’est la guerre». Il nazionalismo, spiega La Malfa, diventa guerra quando introduce l’identità etnica e soprattutto quando comincia a rivendicare territori.

In questo quadro si inserisce anche la questione ucraina. La posizione di La Malfa è chiara: Italia ed Europa non possono permettere che il fronte ucraino crolli e devono quindi continuare a fornire a Kiev il sostegno necessario alla difesa. Ma agli aiuti militari deve accompagnarsi una precisa iniziativa diplomatica. L’obiettivo deve essere duplice: impedire il collasso militare dell’Ucraina e, contemporaneamente, continuare a perseguire una soluzione negoziale.

Ed è proprio sul comportamento del governo italiano che La Malfa solleva una questione politica pesante. Secondo l’ex ministro, l’esecutivo deve spiegare chiaramente cosa stia facendo. Dopo le dichiarazioni secondo cui non ci sarebbero stati nuovi aiuti militari, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha invece annunciato un nuovo invio nel mese di settembre, sulla base della decisione parlamentare assunta all’inizio dell’anno. «Che facciamo, diamo le armi senza dirlo?», è la domanda di La Malfa. Una contraddizione che, a suo giudizio, deve essere chiarita davanti al Parlamento.

Il punto non è dunque scegliere tra armi e pace, ma evitare che le due cose vengano presentate come alternative. L’Europa deve sostenere militarmente l’Ucraina affinché il fronte non crolli e, nello stesso tempo, dichiarare apertamente di voler favorire una trattativa. Anche se Mosca dovesse rifiutarla, sostiene La Malfa, l’Europa avrebbe il dovere di mantenere ferma quella posizione.

Ma la vera partita, alla fine, riguarda l’Europa stessa. La possibile riduzione dell’impegno americano nella Nato obbliga gli europei a interrogarsi sul proprio futuro strategico. La Malfa non vede necessariamente una contrapposizione tra Nato e difesa europea: finché gli Stati Uniti resteranno nell’Alleanza, la Nato continuerà a essere il sistema di difesa collettiva dell’Occidente e al suo interno potrà svilupparsi un più forte braccio europeo. Se invece Washington sposterà definitivamente il proprio baricentro verso il Pacifico, la questione di una vera difesa comune europea diventerà inevitabile.

Ed è qui che arriva la critica più diretta alla politica italiana. Secondo La Malfa, Giorgia Meloni, proprio perché guida uno dei pochi governi europei in grado di esercitare una significativa influenza, dovrebbe assumere una posizione apertamente europeista e battersi per l’unità politica dell’Europa. Invece, a suo giudizio, il sostegno dato alle posizioni di JD Vance alla Conferenza di Monaco ha contribuito a collocare il governo italiano «nella migliore delle ipotesi» su una linea tiepidamente nazionalista e anti-europeista.

È una scelta che, secondo l’ex segretario repubblicano, rischia di essere miope proprio nel momento in cui l’Italia avrebbe bisogno dell’Europa più forte. Se la Germania si riarma, se la Francia dispone della propria forza nucleare, quale sarà il ruolo dell’Italia? La domanda non è retorica. È il nodo strategico che la nuova situazione internazionale impone al Paese.

La conclusione di La Malfa è quindi un appello alla politica italiana: abbandonare le ambiguità, scegliere con chiarezza il campo europeo, sostenere l’Ucraina senza rinunciare alla diplomazia e contribuire alla costruzione di una vera capacità politica e militare dell’Europa. Un programma vasto, certo. Ma, nella sua lettura, non più rinviabile. Perché quando l’ordine internazionale si dissolve, restare immobili non significa conservare l’equilibrio: significa lasciare che siano altri a decidere quale sarà il nuovo.

Elaborato dall’articolo di Federica Fantozzi su Huffpost

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