Basta negare il fallimento dell'immigrazione fuori controllo
Quante altre scene servono prima che qualcuno ammetta l'evidenza?
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Basta negare il fallimento dell’immigrazione fuori controllo
Quante altre scene servono prima che qualcuno ammetta l’evidenza?
Davanti al Colosseo, il monumento che rappresenta l’Italia nel mondo, non è andata in scena una semplice bravata. Un gruppo di ragazzi provenienti dai centri di accoglienza per minori richiedenti asilo. altri sono italiani di seconda o terza generazione, figli di immigrati nordafricani. Hanno acceso fuochi d’artificio, sparati ad altezza d’uomo, per festeggiare il compleanno di un 21enne egiziano. Poi, hanno ballato brandendo dei coltelli e aggredito le forze dell’ordine intervenute. È stata l’ennesima sfida allo Stato. Agenti accerchiati, pattuglie prese d’assalto, calci contro le auto di servizio, insulti, lanci di oggetti, turisti terrorizzati e commercianti esasperati. Per lunghi minuti, in uno dei luoghi più sorvegliati e simbolici del Paese, la legge ha ceduto il passo alla violenza.
E c’è ancora chi pretende di raccontare che va tutto bene.
Non è il primo episodio. Prima le bombe carta tra le auto in coda nella notte di Capodanno. Poi le risse. Poi le spedizioni punitive. Adesso l’assalto alle forze dell’ordine. Sempre gli stessi luoghi. Sempre gli stessi copioni. Sempre la stessa sensazione di impunità.
Secondo quanto riportato dalla cronaca, tra i protagonisti figurano anche giovani provenienti dai centri di accoglienza per minori richiedenti asilo, insieme ad altri ragazzi di origine straniera cresciuti in Italia. È un dato che non può essere cancellato perché disturba una certa narrazione. Affrontarlo non significa accusare tutti gli immigrati: significa chiedersi se il sistema di accoglienza, di controllo e di integrazione stia funzionando davvero.
Per troppo tempo il dibattito pubblico è stato drogato dall’ideologia. Bastava parlare di sicurezza per essere etichettati. Bastava chiedere controlli più severi per essere accusati di fomentare l’odio. Così, mentre si discuteva di parole, le strade cambiavano volto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Quartieri sempre più difficili, cittadini che evitano certe zone, commercianti costretti a convivere con degrado e microcriminalità, forze dell’ordine lasciate troppo spesso sole a fronteggiare gruppi che sembrano non avere alcun timore dello Stato.
L’accoglienza non può significare rinunciare alla legalità. L’integrazione non può tradursi nell’impunità. E la solidarietà non può diventare l’alibi per chi trasforma l’ospitalità ricevuta in arroganza e violenza.
Chi rispetta le leggi, qualunque sia la sua origine, è una risorsa per il Paese. Chi le calpesta deve sapere che ci saranno conseguenze rapide e certe. È questo il discrimine di una società civile.
Il vero scandalo, oggi, non è soltanto l’assalto davanti al Colosseo. È il riflesso automatico di chi, anche davanti all’ennesima aggressione, cerca ancora una giustificazione, una scusa, una formula per non chiamare le cose con il loro nome.
La sicurezza non è uno slogan. È il primo dovere dello Stato. Quando viene meno nel cuore della Capitale, davanti al monumento più famoso d’Italia, il problema non è più locale.
La “legge e ordine” promessa dal governo non si è vista per colpa di una sinistra che sa solo ballare al gay pride e difendere a spada tratta gli immigrati irregolari che delinquono. Nessuno si meravigli se i cittadini, esasperati. al momento di votare, si butteranno sul primo Vannacci che passa…
È nazionale.
E continuare a far finta di niente significa soltanto preparare il terreno al prossimo assalto.
Elaborato dall’articolo di Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera”

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