Il lavoro uccide in strada
A Roma record di infortuni in itinere: sicurezza in azienda cresce, ma la mobilità resta il vero punto cieco.
C’è un cortocircuito che i numeri rendono ormai evidente: la prevenzione funziona dentro le imprese, ma fallisce fuori, dove ogni giorno milioni di lavoratori si muovono senza tutele adeguate. Il primato di Roma, con quasi diecimila infortuni in itinere, non è un’anomalia ma l’anticipazione di una tendenza che riguarda tutte le grandi aree urbane.
Qui si incrociano tre fragilità strutturali. La prima è infrastrutturale: trasporti pubblici insufficienti e traffico cronico spingono verso l’uso dell’auto privata, moltiplicando l’esposizione al rischio. La seconda è organizzativa: orari rigidi e scarso ricorso allo smart working concentrano gli spostamenti nelle ore più critiche. La terza è demografica: una forza lavoro che invecchia paga un prezzo più alto in termini di conseguenze degli incidenti.
Il risultato è che oltre un terzo delle morti sul lavoro avviene lontano dal posto di lavoro. Un dato che ribalta la percezione stessa di “sicurezza”: non basta più mettere in regola macchinari e procedure, se poi il percorso per raggiungerli diventa il momento più pericoloso della giornata.
Serve un cambio di paradigma. Inserire il rischio stradale nei documenti aziendali è un primo passo, ma non sufficiente senza politiche urbane e del lavoro coerenti: più flessibilità negli orari, più lavoro da remoto, più investimenti nel trasporto pubblico. Perché oggi la vera frontiera della sicurezza non è dentro l’azienda, ma nel tragitto che la separa dalla vita quotidiana.
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