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Martedì 21 Aprile 2026 ore 13:30
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Prodi e la lezione dimenticata

Non basta attendere errori del governo: serve visione riformista, partecipazione diffusa e primarie credibili per costruire un’alternativa politica solida.

Prodi e la lezione dimenticata

C’è un passaggio, nell’intervista di Romano Prodi a La Stampa, ripresa da Huffpost  che merita di essere isolato dal resto e preso sul serio più di quanto accadrà nel dibattito quotidiano: “Quando non si ha un programma, si aspetta l’errore”. È una frase semplice, quasi ovvia. E proprio per questo spietata.

Perché fotografa, senza bisogno di troppe mediazioni, lo stato dell’opposizione italiana oggi. Un’opposizione che osserva, commenta, reagisce, ma raramente anticipa. Che confida, più o meno esplicitamente, nelle difficoltà del governo guidato da Giorgia Meloni, senza riuscire a trasformarle in una proposta alternativa riconoscibile.

Prodi non indulge alla nostalgia, e fa bene. Il richiamo all’Ulivo non è un esercizio di memoria, ma un’operazione politica. Non dice: rifacciamo il 1996. Dice: ricordiamoci perché è stato possibile vincere nel 1996. E la risposta non sta nei nomi, né nelle formule organizzative, ma in qualcosa di più scomodo e impegnativo: una mobilitazione popolare reale, diffusa, quasi inattesa.

Allora c’era la “corazzata” di Silvio Berlusconi. Oggi c’è una destra solida, radicata, che ha costruito consenso nel tempo. Ma il punto non è la forza dell’avversario. Il punto è la debolezza di chi dovrebbe rappresentare l’alternativa. Ed è una debolezza che non si colma aspettando lo scivolone altrui.

La politica non è un tribunale che assegna vittorie per demerito. È, o dovrebbe essere, competizione tra visioni. Se una visione manca, o resta confusa, il campo si svuota. E in quel vuoto si inserisce chi una narrazione, giusta o sbagliata che sia, riesce a proporla con maggiore coerenza.

Il cuore del ragionamento di Prodi è qui: prima il programma, poi il leader. Un principio quasi elementare, eppure sistematicamente rovesciato. Negli ultimi anni abbiamo assistito al contrario: leadership cercate, costruite, consumate in assenza di un impianto politico solido. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: identità fragili, coalizioni intermittenti, elettorati disorientati.

Le primarie, in questo contesto, diventano un simbolo ambiguo. Possono essere uno strumento potente di partecipazione, oppure una liturgia vuota. Dipende da ciò che le precede. Senza un progetto condiviso, restano competizioni tra persone. Con un progetto chiaro, possono diventare selezione di classe dirigente. La differenza non è tecnica, è politica.

C’è poi un altro elemento, forse il più difficile da affrontare: il rapporto con la società. Prodi parla di “ricostruire la connessione tra società civile e partiti”. È una formula che rischia di suonare astratta, ma indica un problema concreto. Oggi quella connessione è debole, intermittente, spesso mediata da canali che amplificano il conflitto ma non costruiscono partecipazione.

Nel 1996 i comitati si moltiplicavano, entravano nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle comunità. Oggi la politica fatica a uscire dai propri recinti. E quando lo fa, spesso lo fa in modo episodico, non strutturato. Il risultato è una distanza che non si colma con una campagna elettorale ben riuscita o con una leadership più efficace.

“Un’ondata popolare”, dice Prodi. Ma attenzione: non è un richiamo retorico. Non è l’evocazione di un popolo indistinto da mobilitare contro qualcuno. È, nelle sue parole, “un richiamo razionale”, cioè la costruzione di un consenso consapevole attorno a obiettivi condivisi. È la parte più difficile della politica, perché richiede tempo, coerenza, credibilità.

Ed è qui che si gioca la partita dei prossimi anni. Non sul prossimo errore del governo, non sulla prossima polemica, ma sulla capacità di costruire un’alternativa che esista prima ancora di essere votata. Un’alternativa che sappia dire non solo cosa non va, ma cosa fare.

Il resto – le alleanze, i nomi, le formule – viene dopo. O dovrebbe venire dopo. Se si continua a invertire l’ordine, il risultato sarà lo stesso: una politica che rincorre, anziché guidare. E che, inevitabilmente, perde.

 

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