Fiducia lampo, correzione immediata: il Governo dei dilettanti?
Il governo procede con la fiducia ma prepara un decreto correttivo sugli incentivi ai legali dopo rilievi del Quirinale e critiche diffuse.
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C’è qualcosa di profondamente rivelatore — e insieme problematico — nella vicenda dell’incentivo ai legali per i rimpatri volontari inserito nel decreto sicurezza. Non tanto per il merito della misura in sé, quanto per il metodo con cui il governo sta cercando di gestire un evidente cortocircuito istituzionale.
Da un lato, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni tira dritto in Parlamento, blindando il provvedimento con la fiducia alla Camera dei deputati per rispettare una scadenza ormai imminente. Dall’altro, ammette implicitamente che uno dei passaggi più controversi — il bonus da 615 euro ai legali — è così fragile da richiedere un intervento correttivo immediato, addirittura tramite un nuovo decreto legge.
È qui che emerge la contraddizione. Se una norma è ritenuta difendibile, perché smontarla subito dopo averla approvata? Se invece presenta criticità tali da attirare i rilievi del Quirinale e la contrarietà del presidente Sergio Mattarella, allora la scelta di mantenerla in vita anche solo per pochi giorni appare più come una forzatura procedurale che una decisione politica coerente.
Il punto non è solo tecnico. È politico e, in parte, culturale. Il governo rivendica la misura come “di buon senso”, sostenendo che non vi sia differenza tra il patrocinio per opporsi a un’espulsione e quello per accompagnare un rimpatrio volontario. Ma le critiche — provenienti non solo dalle opposizioni, bensì anche da avvocatura e magistratura — mettono in discussione proprio questo parallelismo: remunerare un’attività che si inserisce in un processo amministrativo così delicato rischia di alterarne gli equilibri, o quantomeno di creare un incentivo discutibile in un ambito che dovrebbe restare il più possibile neutrale.
Non sorprende, allora, che il Colle abbia acceso un faro sulla norma. E non sorprende nemmeno che il sottosegretario Alfredo Mantovano sia stato chiamato a un confronto diretto per disinnescare la tensione. Ciò che invece sorprende è la soluzione scelta: non correggere subito, ma promettere di correggere dopo.
È una prassi che negli ultimi anni si sta consolidando: approvare in fretta, aggiustare in corsa. Una sorta di legislazione “a due tempi” che consente di rispettare le scadenze formali, ma al prezzo di comprimere il dibattito e scaricare altrove — spesso sul Quirinale — il ruolo di verifica sostanziale.
Nel frattempo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi richiama la cornice europea, sottolineando come i rimpatri volontari assistiti siano uno strumento sollecitato dall’Unione. Ed è vero: l’Europa chiede più efficacia nei rimpatri. Ma non detta le modalità puntuali, né tantomeno impone incentivi economici ai legali. Qui la scelta è t
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