Troveremo ancora il medico di base?
Il 77% pronto a lasciare il Ssn: allarme sulla tenuta dell’assistenza territoriale e sulle condizioni di lavoro dei medici.
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C’è un dato che, più di ogni altro, impone una riflessione immediata: il 77% dei medici di famiglia dichiara di essere pronto a lasciare il Servizio sanitario nazionale se la proposta di riforma della medicina generale dovesse diventare legge. Non è un semplice segnale di malcontento, ma un campanello d’allarme che riguarda la tenuta stessa dell’assistenza territoriale.
La consultazione, pur non avendo valore scientifico, racconta un disagio profondo e diffuso. I medici di base, pilastro silenzioso del sistema sanitario, denunciano da tempo un carico di responsabilità crescente a fronte di tutele insufficienti. La proposta di legge, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’integrazione territoriale e aumentare la presenza nelle strutture pubbliche, rischia però di essere percepita come un ulteriore passo verso la compressione dell’autonomia professionale.
Il punto centrale non è ideologico. Lo dimostrano i dati: una larga maggioranza chiede una revisione del modello contrattuale, con garanzie più solide e condizioni di lavoro sostenibili. Che si tratti di una convenzione rinnovata o di un rapporto di dipendenza, ciò che emerge è la necessità urgente di uscire da un sistema considerato da molti ambiguo e sempre più gravoso.
Ignorare questo segnale sarebbe un errore politico e strategico. La medicina generale rappresenta il primo presidio di cura per milioni di cittadini: indebolirla, o peggio svuotarla, significherebbe compromettere l’intero equilibrio del sistema sanitario.
Serve un cambio di approccio. Più ascolto, meno imposizioni. Più confronto, meno accelerazioni. Perché quando una categoria così centrale arriva a mettere in discussione la propria permanenza nel servizio pubblico, non siamo di fronte a una protesta qualsiasi, ma a una crisi che riguarda tutti.
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