Anno: XXVIII - Numero 79    
Mercoledì 22 Aprile 2026 ore 13:50
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Decreto scaccia decreto

Il governo cancellerà con un Dl parallelo l’incentivo ai legali.

Decreto scaccia decreto

Una giornata particolare. Ma forse la citazione cinematografica migliore è un’altra: una battaglia (persa) dopo l’altra. Il governo, la sua maggioranza, cercano a fatica di uscire dall’incidente sul decreto sicurezza. Dopo l’ipotesi di un emendamento correttivo con terza lettura lampo a Palazzo Madama, la giornata di oggi produce un altro schema. Complicato. Molto. Ma forse sostenibile sul piano giuridico, come ipotizza, interpellato dal Dubbio, il costituzionalista Giovanni Guzzetta: «Se davvero, come suggeriscono le indiscrezioni di stampa, ci si prepara a deliberare in Consiglio dei ministri un decreto correttivo che modifichi la norma contestata sugli incentivi agli avvocati, e se davvero si provvederà a pubblicare contestualmente in Gazzetta ufficiale sia la legge di conversione del decreto sicurezza, sia il decreto legge correttivo, evidentemente siamo di fronte a un provvedimento a efficacia sospensivamente condizionata».

Parole grosse, verrebbe da dire. Ma l’avvocato e professore dell’Università Tor Vergata in realtà è chiarissimo: «Significa che il testo correttivo potrebbe essere adottato dal Consiglio dei ministri, e firmato dal presidente della Repubblica, addirittura prima che il Capo dello Stato promulghi la legge di conversione del decreto sicurezza in via di approvazione alla Camera. È un’ipotesi, naturalmente, ma non è giuridicamente sballata: nel decreto correttivo si dovrà adottare una formula proiettata nel futuro e subordinata al verificarsi di un’eventualità». Del tipo: “Qualora entrasse in vigore la norma in cui si prevedono incentivi agli avvocati che seguono pratiche di rimpatrio, tale norma è immediatamente modificata come segue…”. In questo modo, fa notare il professor Guzzetta, «la misura che subordina i compensi agli avvocati all’avvenuta remigrazione dello straniero», un assurdo giuridico dall’evidente incostituzionalità, «non resterebbe in vigore neppure un istante».

Peraltro, secondo le anticipazioni diffuse a metà pomeriggio dalla sottosegretaria ai Rapporti col Parlamento Matilde Siracusano, di Forza Italia, il provvedimento-sanatoria non cancellerebbe i compensi ai legali che seguono le pratiche di rimpatrio: si limiterebbe a eliminare il vero vulnus. Cancellerebbe cioè la subordinazione del compenso da 615 euro all’effettivo compiersi del rimpatrio. L’erogazione, «non più affidata al Consiglio nazionale forense», come precisa Siracusano, avverrebbe per il semplice fatto di aver assistito la persona immigrata nella predisposizione dell’istanza di rimpatrio volontario, quindi anche qualora tale iter amministrativo, per qualsiasi motivo, non arrivasse a compimento. Inoltre, sempre sulla base dei quanto riferito dalla sottosegretaria forzista, i destinatari del compenso sarebbero individuati anche tra i «mediatori, non necessariamente avvocati». Sembra certo che dal testo scomparirebbe ogni riferimento al Consiglio nazionale forense, sia come “ufficiale pagatore” sia come generico cooperante alle politiche di rimpatrio.

E insomma, secondo quanto emerge, l’articolo 30 bis del decreto sicurezza non sarà abrogato, ma ricondotto a una logica costituzionale. Resta l’inedita formula del rimedio in corsa. «Si tratterebbe di un’opzione giuridica molto particolare», fa notare ancora Guzzetta, «della quale si fatica a trovare precedenti, soprattutto per la relazione fra decreto emergenziale correttivo e legge di conversione del decreto originario. D’altronde non sarebbe illogico parlare di un effettivo requisito di necessità e urgenza, per il correttivo: si tratterebbe di un’emergenza futura, eventuale, ma che il governo sa essere probabile, e a cui si pone rimedio a condizione che l’eventualità prospettata si verifichi davvero».

E i tempi? La conferenza dei capigruppo ha fissato per domani alle 16 le dichiarazioni di voto sulla questione di fiducia, con successiva “chiama”, alla quale dovrebbe seguire l’esame degli ordini del giorno, mentre il voto finale sull’intera legge di conversione del Dl sicurezza potrebbe slittare a venerdì.
Sempre per domani, alle 12, potrebbe tornare a riunirsi il Consiglio dei ministri, già convocato oggi e chiamato a deliberare l’adozione del “decretino” correttivo. Un provvedimento ad hoc che il Capo dello Stato Sergio Mattarella potrebbe firmare subito, in modo da renderlo efficace e vigente prima ancora di dover apporre la firma per la promulgazione del “decreto sicurezza convertito”. Ma visto che il “correttivo” è pur sempre un decreto bisognoso di successiva conversione, non si può escludere neppure che Mattarella accompagni la promulgazione del Dl sicurezza con una lettera alle Camere in cui raccomandi la tempestiva trasformazione in legge, appunto, del decreto di modifica. Che poi entrambi i provvedimenti vadano insieme in Gazzetta, sarebbe solo un ulteriore sigillo.

Complicatissimo, certo. Da mal di testa. Lo stesso che una Giorgia Meloni un po’ autoironica un po’ irritata esibisce a un punto stampa a Milano. «Raccoglieremo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati», assicura, «ma non mi è chiara la ragione per la quale noi riconosciamo il gratuito patrocinio all’avvocato che assiste il migrante per il ricorso contro un’espulsione ma non dobbiamo riconoscere il lavoro del professionista che assiste chi volontariamente sceglie di essere rimpatriato». Sembra più una polemica difensiva che una contestazione tecnica, visto che è proprio il governo a voler risolvere il vizio dell’articolo 30 bis, cioè il compenso “di scopo”, legato al rimpatrio.

Non è finita qui. Il ministro più direttamente interessato, Matteo Piantedosi, interviene a Montecitorio per annunciare la questione di fiducia e per ribadire che le norme sul contrasto all’immigrazione sono necessarie, che l’Esecutivo non le rinnega, ma che si provvederà a intervenire in modo da accogliere i rilievi delle «sensibilità» emerse, quindi del Quirinale e dell’avvocatura, a cominciare dal Cnf.

Dopo il Capo del Viminale, tocca a una serie di carambole d’aula: su proposta di FdI la discussione generale viene stroncata ben prima delle 5 ore previste. Quindi le opposizioni arrivano a occupare i banchi del governo: lo fa in particolare il dem Arturo Scotto, espulso. Finalmente viene convocata la conferenza dei capigruppo invocata dal centrosinistra fin dalle prime ore della mattina, con gli interventi sull’ordine dei lavori di Braga (Pd), Magi (+Europa) e Grimaldi (Avs). Si fissa la ricordata tabella di marcia per domani, con il voto di fiducia pomeridiano.

Nel frattempo, sempre a Milano, Matteo Salvini arriva a commentare nel modo istituzionalmente più sgarbato gli inevitabili rilievi opposti il giorno prima dal presidente Mattarella al sottosegretario Alfredo Mantovano: «Non mi sorprende più nulla». Non sorprende neppure che dal referendum in poi, per l’Esecutivo e la sua maggioranza sia iniziata una sorta di periodo nero, un tunnel in cui non si vedono luci. Certo è che lo svarione sull’incentivo ai rimpatri è un punto così basso che si può solo risalire.

 

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