BASTA AGGRESSIONI AI MEDICI
La sicurezza degli operatori sanitari non è una questione di categoria: è un indicatore della civiltà di un Paese.
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Ogni giorno negli ospedali italiani si combattono due emergenze: quella dei pazienti e quella della sicurezza di chi li assiste. Medici, infermieri e operatori sanitari sono sempre più spesso vittime di insulti, minacce e aggressioni fisiche, un fenomeno che non può più essere considerato episodico ma strutturale.
I Pronto Soccorso rappresentano il fronte più esposto. Attese interminabili, sovraffollamento, carenza di personale e tensione emotiva diventano il terreno su cui esplode la rabbia di pazienti e familiari. Ma trasformare il disagio in violenza significa colpire proprio chi, spesso in condizioni di lavoro già estreme, sta cercando di garantire cure e assistenza.
I numeri raccontano una realtà allarmante. Secondo la Relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie, nel 2025 sono state registrate quasi 18.000 aggressioni ai danni degli operatori sanitari, con oltre 23.000 professionisti coinvolti. Le aggressioni verbali rappresentano circa il 70% dei casi, mentre un episodio su quattro sfocia nella violenza fisica. I principali responsabili sono pazienti, familiari e caregiver.
Dietro ogni aggressione non c’è soltanto una vittima. C’è un medico che potrebbe decidere di lasciare il Pronto Soccorso, un’infermiera che vive il proprio turno con paura, un giovane professionista che rinuncia a lavorare nel servizio pubblico. La violenza alimenta un circolo vizioso: meno personale significa tempi di attesa più lunghi, maggiore stress e un rischio ancora più elevato di nuovi episodi.
Negli ultimi anni il legislatore ha introdotto norme più severe contro chi aggredisce gli operatori sanitari, prevedendo pene più pesanti e procedibilità d’ufficio in diversi casi. Misure importanti, ma che da sole non bastano. Servono presidi di sicurezza, sistemi di videosorveglianza, formazione specifica per la gestione delle situazioni critiche e, soprattutto, investimenti per rafforzare gli organici e ridurre il sovraffollamento delle strutture sanitarie.
Occorre anche un cambiamento culturale. Il medico non è il responsabile delle inefficienze del sistema sanitario. È spesso il primo a subirne le conseguenze, lavorando con turni massacranti, risorse limitate e una pressione costante. Aggredirlo significa indebolire ulteriormente un servizio già in difficoltà.
Difendere chi cura significa difendere il diritto alla salute di tutti. Perché nessun professionista dovrebbe entrare in corsia con il timore di essere insultato o picchiato mentre svolge il proprio lavoro.
Ecco alcuni degli episodi e dei dati più recenti.
- Napoli – Una dottoressa e un’infermiera sono state aggredite nel corso di un turno di lavoro in ospedale, riportando ferite e contusioni. L’episodio ha riacceso il dibattito sulla sicurezza nei Pronto Soccorso.
- Foggia – A distanza di poche ore si sono verificate due nuove aggressioni ai danni di personale sanitario, confermando una situazione critica in una provincia già teatro di numerosi episodi negli ultimi anni.
- Dati nazionali 2025 – Secondo la Relazione dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie, nel 2025 sono stati registrati quasi 18.000 episodi di aggressione, che hanno coinvolto 23.367 operatori sanitari. Le aggressioni verbali rappresentano il 69-70% dei casi, quelle fisiche circa il 25%. Gli infermieri sono i più colpiti (55%), seguiti dai medici (16%). Gli aggressori sono prevalentemente pazienti e familiari.
Le aree considerate più a rischio restano:
- i Pronto Soccorso;
- i reparti di degenza;
- i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC);
- alcune strutture territoriali e residenziali.
Nonostante l’inasprimento delle pene e le nuove misure introdotte negli ultimi anni, i dati mostrano che il fenomeno non è diminuito in modo significativo. Per questo le organizzazioni dei medici e degli infermieri continuano a chiedere maggiori investimenti in sicurezza, più personale e una migliore organizzazione dei servizi sanitari.
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