Il paradosso della Rai: si stava meglio quando si stava peggio (ma si lottizzava bene)
Ai tempi di Bernabei la tv era ovviamente in mano al partito-stato Dc, ma riusciva a prevalere la ricerca di programmi dall’alto livello qualitativo.
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Alla fine, Elly Schlein l’ha spuntata e per certi versi è il suo più brillante risultato. Paolo Mieli, che un po’ sul serio e un po’ per gioco impersona da anni il principale fan della segretaria lo definisce «il suo capolavoro politico». In effetti se fosse stato per il M5S le cose in Commissione di vigilanza Rai sarebbero andate come d’abitudine: mercanteggiamento sui posti e poi semaforo verde alla presidente del cda Rai voluto dalla maggioranza, Simona Agnes.
Stavolta il Pd si è impuntato, il resto dell’opposizione non ha potuto fare altro che seguire, la commissione di vigilanza non ha potuto raggiungere la necessaria maggioranza di due terzi. Il braccio di ferro è diventato eterno, con la maggioranza impegnata a disertare le riunioni della vigilanza, fino alle dimissioni di due giorni fa, decise in tutta evidenza per oscurare i nuovi palinsesti che l’azienda pubblica si appresta ad annunciare ma anche per evidenziare la falcidie di programmi cancellati perché considerati sgraditi: una sorta di editto bulgaro non dichiarato, versione “aumm aumm”.
Impossibile dire cosa succederà adesso. Tutto lascia pensare che anche con la nuova commissione di vigilanza, la cui nomina è imperativa dopo che anche i commissari di maggioranza si sono dimessi. Inevitabilmente, come a ogni crisi, torna a tenere banco la discussione sulla lottizzazione del servizio pubblico e la sua trasformazione in veicolo di propaganda della maggioranza di turno. Denuncia, va da sé, tanto più strillata e drammatizzata quanto più ci si avvicina alle elezioni.
Il tema del controllo di parte su un servizio pubblico che sulla carta dovrebbe essere imparziale e “di tutti” è sempre stato all’ordine del giorno ma è stato amplificato a dismisura dalla “discesa in campo politico” del padrone di tre reti private nel 1994. Si diffuse allora la convinzione, probabilmente in larga parte infondata che chi controlla il piccolo schermo controlla anche i risultati elettorali. L’etere è diventato così uno dei principali campi di battaglia.
A fare le spese di questo scontro permanente è stata prima di tutto la qualità del servizio pubblico. Non è sbagliato dire che il livello è precipitato più che mai a fondo con il governo di centrodestra e in fondo non poteva essere diversamente. La pretesa, in astratto comprensibile, di piazzare figure di destra un po’ ovunque sbatteva infatti contro un realtà amara per la destra ma indiscutibile. Nel corso degli anni, anche grazie al lavoro continuo di una figura eminente come Walter Veltroni, la gran parte delle figure potenzialmente di primo piano in televisione si sono avvicinate al centrosinistra, e molte non avevano neppure bisogno di avvicinarsi essendo già vicine di loro. La sostituzione da un lato, l’esodo verso la rete “di sinistra”, cioè la 7, dall’altro, ha privato il servizio pubblico dei volti e delle competenze più capaci.
Ma la decadenza era in corso già da tempo. I tempi di Ettore Bernabei, quando la Rai era area di competenza del governo e non del Parlamento, quando di conseguenza la Dc faceva il bello e il cattivo tempo, sono ricordati a ragion veduta come un’età dell’oro. Ma l’epoca di Biagio Agnes, nella Rai “lottizzata” in seguito alla riforma del 1975, è appena meno splendente nel ricordo. Probabilmente quello che in entrambe le situazioni, per moltissimi versi opposte, permetteva comunque una produzione ad alto livello era proprio la presenza di un ordine riconosciuto. La Rai di Bernabei era della Dc. Doveva pagare il suo scotto alle correnti spesso in conflitto tra loro del partito-Stato. Esercitava forme di censura che fortunatamente oggi sarebbero considerate inaccettabili anche dai leader più autoritari ma all’interno di quei limiti poteva muoversi con notevole agio e libertà d’azione. La Rai “lottizzata” aveva la sua rigida divisione delle reti ma si trattava di un ordine che permetteva poi una produzione spesso eccellente.
Il campo di battaglia dove si combatte una guerriglia permanente o, peggio, il tentativo di sostituire la spartizione con lo spoil system sono invece il contrario esatto dell’ordine necessario per far funzionare mamma Rai. La retorica del servizio pubblico, formalmente ineccepibile, complica le cose invece di facilitarle. Non c’è testata nella quale l’editore non metta bocca e l’editore della Rai è la politica, il Parlamento, con i rapporti di forza che di volta in volta registra. La sola via per evitare la voracità dello spoil system o la paralisi della conflittualità permanente è una ripartizione a priori delle aree, degli spazi e delle reti. Si chiama “lottizzazione” e se la parola è oscena la formula è a tutt’oggi la più democratica, pluralista ed efficiente a disposizione.
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