L'Ucraina non è urgente. Slitta il decreto sulle armi.
Il provvedimento era atteso al Cdm di giovedì, ma è stato cancellato per il pressing della Lega.
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Non arriverà nei prossimi giorni il via libera alla proroga del decreto che consente di inviare le armi all’Ucraina. E che, se fosse stato approvato, avrebbe garantito sin da ora a Kiev la certezza che l’Italia sarà al suo fianco anche nel 2026. Con un tratto di penna è stato cancellato, nel giro di poche ore, il riferimento al decreto che era, insieme a molti altri provvedimenti, all’ordine del giorno della riunione che precede il Consiglio dei ministri. La notizia arriva proprio nelle ore dei colloqui tra Russia e Stati Uniti sulla guerra. Ma, soprattutto, arriva in un momento in cui la Lega ha alzato ulteriormente la voce contro possibili nuovi rifornimenti di armi a Kiev. La tempistica, insomma, è molto sospetta. Ma perché è stato stabilito questo rinvio? Fonti vicine al dossier ci spiegano che, al netto delle dichiarazioni di maniera, il pressing della Lega è stato efficace. E per non arrivare allo scontro in Consiglio dei ministri, con il partito di Matteo Salvini che avrebbe mosso dei distinguo, si è optato lo slittamento. Nell’opposizione l’indignazione corre veloce, ed Enrico Borghi di Italia Viva, ripensando alle ultime sortite della Lega, chiede a Giorgia Meloni di chiarire.
Fonti vicine a Giorgia Meloni cercano di minimizzare: “Il provvedimento non era urgente, scade a fine anno”. È un modo per dire che il rinvio è solo tecnico. Eppure il decreto sembrava davvero a un passo dall’approvazione. Almeno fino a quando non è arrivata la manine leghista a mettere tutto in stand by. L’approvazione in questa settimana, oltre a essere un segnale forte per l’Ucraina, avrebbe facilitato anche il ruolo del Parlamento. Perché, ci riferisce chi tiene la conta dei decreti per evitare ingorghi in Parlamento, a dicembre sono attesi 3 decreti: quello sull’Ucraina, uno sul Pnrr e il Milleproroghe. Licenziare quello sull’Ucraina già domani avrebbe consentito di gestire meglio i tempi in Parlamento. Ma così non sarà.
I fedelissimi di Salvini che si aggirano nel Transatlantico di Montecitorio stanno attenti a non avvalorare la tesi che dietro lo slittamento ci sia del segretario della Lega. Si trincerano dietro “non lo so” e “in questi giorni mi occupo d’altro”. Eppure, la traiettoria è chiara. Così come lo sono le parole di Salvini: “Spero che anche tra Kiev, Mosca e Washington ci sia una trattativa difficile che va a buon fine, senza che nessuno si metta di mezzo per altri fini o obiettivi”. È un messaggio alla Nato, all’Unione europea, ma anche alla parte più vicina a Kiev del governo di cui fa parte. Un esponente di quest’ultima, prende atto delle dichiarazioni di Salvini e, ragionando con HuffPost, ribatte: “È il solito gioco di ruoli, non voterà mai contro”.
La Lega, in effetti, in questi anni ha parlato tanto e agito poco. E non ha mai fatto mancare un voto a Kiev. In un corso e ricorso di film già scritti, in molti nel governo sono pronti a scommettere che questa volta non sarà diverso. Eppure qualche defezione in Parlamento potrebbe registrarsi. Primo della lista potrebbe essere il senatore Claudio Borghi, che dimostra con sempre più insistenza la sua contrarietà a sostenere l’Ucraina. E che in queste ore rilancia, con malcelato sarcasmo, sui social le notizie dello slittamento del via libera al decreto.
Fonti vicine alla premier sostengono che alla fine Salvini non la spunterà. Perché è solo questione di giorni e il decreto sarà approvato. Ma le frizioni in maggioranza sul tema sono innegabili. Per arginarle Meloni aspetterà di rientrare dal Bahrain, dove è in visita fino a giovedì. L’impresa, questa volta, potrebbe rivelarsi più complicata del solito.
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