Il garantismo dimenticato
Il caso Salis costringe la sinistra a rivalutare ciò che aveva disprezzato: l’immunità parlamentare come baluardo democratico, non come privilegio.
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Il dramma di Ilaria Salis non è solo la vicenda di una donna che rischia 24 anni nelle carceri ungheresi. È anche la cartina al tornasole di un’ipocrisia: la sinistra che oggi brandisce l’immunità parlamentare come scudo è la stessa che ieri la trattava come un privilegio indegno.
Per trent’anni la sinistra ha insultato l’immunità parlamentare chiamandola privilegio di casta. Oggi, grazie al caso Salis, scopre che senza quella “casta” non resta che la galera di Orbán.
Dal crollo di Tangentopoli in poi, l’immunità è stata smontata pezzo a pezzo, applaudita la sua demolizione, osannata la resa del Parlamento alle Procure. Oggi, però, quando una sua esponente rischia di finire in catene davanti a un tribunale sotto il controllo di Orbán, la stessa sinistra scopre che l’immunità è un diritto, non una scappatoia.
È questa la lezione più amara del caso Salis: i diritti non sono un optional, non si difendono a corrente alternata. Non valgono solo quando proteggono “una dei nostri”. O valgono sempre, o non valgono per nessuno.
L’immunità parlamentare non è stata concepita per salvare i corrotti, ma per proteggere il mandato popolare dall’arbitrio di procure o regimi ostili. Oggi questo appare evidente, ieri no. Eppure il garantismo è sempre lo stesso: non si sceglie a piacere, è un principio universale.
La sinistra dovrebbe riflettere: se l’immunità è sacrosanta contro Orbán, lo era anche contro i pm che dettavano legge in Italia. Difendere i diritti a intermittenza significa svuotarli di senso.
Se la sua battaglia servirà a ricordare alla sinistra che il garantismo non è una colpa, bensì la condizione minima della democrazia, allora almeno qualcosa di buono nascerà da questa vicenda amara.
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