Anno: XXVIII - Numero 117    
Giovedì 18 Giugno 2026 ore 13:00
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«Una foto non basta: per governare serve un programma vero».

Parla Picierno Intervista alla vicepresidente del Parlamento Ue: «La differenza con il campo largo? Noi siamo partiti dai contenuti. Dalla difesa dell’Ucraina dipende il nostro futuro».

«Una foto non basta: per governare serve un programma vero».

Ha lasciato il Pd in polemica con la segretaria Elly Schlein e sta animando la galassia europeista e riformista per contrastare il bipopulismo di destra e sinistra, con la stella polare della difesa dell’Ucraina. Faccia a faccia con Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, appena entrata in Renew Europe dopo l’addio ai Socialisti.

Onorevole Picierno, dopo il vostro evento europeista a Milano è arrivata la photo opportunity del campo largo “per cambiare l’Italia”. Quali sono le differenze tra voi e loro?

La differenza principale è che noi siamo partiti dai contenuti e da una visione dell’Italia e dell’Europa, non da una fotografia. A Milano si sono incontrate persone che condividono alcuni principi fondamentali: europeismo, sostegno all’Ucraina, atlantismo, riformismo, innovazione, competitività e fiducia nell’integrazione europea. Nel campo largo, invece, convivono posizioni spesso incompatibili su questioni decisive. Non basta stare contro Meloni per costruire un’alternativa credibile. Quando parliamo di Ucraina, di energia nucleare, di eolico offshore, di difesa comune europea o di misure fiscali a favore dei ceti medi emergono differenze profonde. C’è chi considera il sostegno a Kyiv una priorità strategica e chi continua a rincorrere le ambiguità del pacifismo equidistante. C’è chi pensa che senza nucleare di nuova generazione la transizione energetica sarà più difficile e chi resta fermo a posizioni ideologiche del passato. C’è chi vuole accelerare sugli investimenti nelle rinnovabili e chi li ostacola sui territori. C’è chi ritiene necessaria una vera difesa europea e chi continua a ragionare esclusivamente in termini nazionali. E c’è il tema dei ceti medi, troppo spesso dimenticati da una sinistra che parla molto e vagamente di redistribuzione e troppo poco di crescita, produttività e riduzione della pressione fiscale. Queste non sono sfumature. Sono idee diverse di Paese e di Europa.

A Milano oltre a lei c’erano Calenda, Marattin, Monti e tanti altri: è la nascita del nuovo Terzo Polo?

Non mi appassionano le etichette. Se per Terzo Polo si intende la riproposizione di formule già sperimentate, direi di no. Se invece si parla della costruzione di uno spazio politico che rappresenti milioni di italiani che non si riconoscono né nel sovranismo della destra né nel populismo che continua a condizionare una parte dell’opposizione, allora quella domanda politica esiste eccome. A Milano abbiamo visto amministratori, professionisti, giovani, europeisti e riformisti che chiedono una proposta seria e credibile. Non stiamo costruendo un cartello elettorale. Stiamo provando a ricostruire una cultura politica che negli ultimi anni è stata progressivamente marginalizzata.

Il campo largo, come fa il centrodestra rispetto a Vannacci, dice di non votare fuori dalle coalizioni e spostarsi sul voto utile: riuscirete a scalfire il bipolarismo?

Il voto utile è spesso l’argomento di chi non riesce più a convincere con le proprie idee. Se milioni di cittadini non votano oppure non si riconoscono nelle offerte politiche esistenti, il problema non è il bipolarismo. Il problema è che manca una proposta capace di rappresentarli. Noi vogliamo parlare a quell’Italia che lavora, produce, studia, innova e guarda all’Europa senza complessi. A chi non si riconosce né nella propaganda sovranista né nelle ambiguità populiste. Se riusciremo a essere coerenti e credibili, il consenso arriverà. La politica non può ridursi a una scelta obbligata tra due schieramenti.

Uno dei temi di maggiore divergenza nel campo largo, ma anche a destra, è l’Ucraina. Crede sia questa la questione centrale in vista delle prossime Politiche?

L’Ucraina è molto più di un tema di politica estera. È il punto che distingue chi crede nella libertà, nella democrazia e nel diritto internazionale da chi considera questi principi negoziabili. Naturalmente gli italiani voteranno anche sulla sanità, sui salari, sul costo dell’energia, sulla scuola e sulla crescita economica. Ma il modo in cui una forza politica guarda all’aggressione russa racconta molto della sua idea di Europa, di Occidente e di democrazia. Per questo considero la questione decisiva. In questi anni abbiamo visto forze politiche oscillare continuamente tra sostegno all’Ucraina, neutralismo e richieste di cessate il fuoco che avrebbero finito per premiare l’aggressore. Gli italiani hanno diritto a sapere con chiarezza da che parte stanno i loro rappresentanti.

Dal G7 è stato ribadito il sostegno senza indugio a Kyiv: riuscirà l’Europa ad avere una voce sola e concreta per costringere Mosca a trattare?

L’Europa ha già compiuto passi enormi rispetto a pochi anni fa, ma deve fare molto di più. La pace non si costruisce chiedendo all’aggredito di arrendersi. La pace si costruisce creando le condizioni affinché l’aggressore comprenda che la guerra non può essere vinta. Per questo il sostegno all’Ucraina resta indispensabile. Parallelamente serve un salto di qualità nell’integrazione europea, nella difesa comune, nella politica estera e nella capacità decisionale dell’Unione. Proprio per questo Spazio Pubblico lancerà a settembre una grande campagna europea attraverso una Iniziativa dei Cittadini Europei, lo strumento che consente a un milione di cittadini provenienti da almeno sette Stati membri di chiedere formalmente alla Commissione europea di agire su una determinata materia. Il nostro obiettivo sarà aprire la strada alla riforma dei Trattati e al superamento del diritto di veto che oggi paralizza troppe decisioni strategiche dell’Unione. Non possiamo affrontare le sfide della sicurezza, della competitività, dell’energia e dell’allargamento continuando a essere ostaggio dell’unanimità. Vogliamo un’Europa più democratica, più efficace e più capace di agire come una vera potenza politica.

Lei ha scelto di uscire da questo Pd, ma non ha rinnegato il suo passato, anche recente, nel partito. In cosa allora è diverso il Pd di oggi da quello delle origini?

Io continuo a essere orgogliosa di molte battaglie combattute nel Partito Democratico. Il Pd nacque per unire culture riformiste diverse, per governare il cambiamento e per costruire una grande forza europeista e di governo. Oggi vedo invece una forza politica che troppo spesso rincorre posizioni identitarie e minoritarie, che fatica a parlare ai ceti produttivi e che in alcuni casi ha mostrato ambiguità proprio sui grandi temi internazionali. Non è una questione personale né di leadership. È una differenza di impostazione politica e culturale. Penso che il riformismo debba tornare a essere una proposta maggioritaria, capace di tenere insieme crescita economica, giustizia sociale, innovazione e responsabilità di governo.

Esclude un riavvicinamento, se questo fosse necessario per impedire altri cinque anni di governo Meloni?

In politica non bisogna mai ragionare per pregiudizi o per veti. Ma le alleanze non possono essere costruite soltanto contro qualcuno. Prima vengono le idee, i programmi e la credibilità. Gli italiani sono stanchi di coalizioni assemblate esclusivamente per ragioni elettorali e destinate a dividersi il giorno dopo il voto. Se un domani esistessero le condizioni per costruire una proposta autenticamente riformista, europeista e affidabile, il confronto sarebbe possibile. Ma oggi la vera sfida non è discutere di alleanze. È costruire una proposta politica che rimetta al centro l’Europa, la crescita, la sicurezza, la libertà e il ruolo dell’Italia nel mondo. È da qui che bisogna ripartire.

Giacomo Puletti su Il Dubbio

 

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