Tra Usa e Iran non è vero accordo, ma evita il rischio di un inverno senza petrolio
Intervista con il direttore del Geopolitical Risk Observatory: "Il sollievo è grande per il cessate il fuoco e la ripresa dei traffici marittimi, ma un accordo complessivo resta molto, molto lontano. Trump si prende il ruolo di poliziotto del Medio Oriente, ma l’impressione è che non riuscirà a fare meglio di Obama”.
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“Quello che Usa e Iran dovrebbero firmare venerdì non è un vero accordo, ma un Memorandum of Understanding, ovvero un’intesa sugli elementi di un futuro accordo. Il sollievo è grande per il cessate il fuoco e la ripresa dei traffici marittimi, ma un accordo complessivo resta molto, molto lontano. E l’impressione è che Trump non riuscirà a far meglio di Obama”. Lo dice, in questa intervista ad HuffPost, Giampiero Massolo, già segretario generale della Farnesina e attualmente presidente di Mundys, oltre che direttore del Geopolitical Risk Observatory dell’Università LUISS Guido Carli di Roma.
Ambasciatore, cosa rappresenta questa intesa?
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“Dobbiamo evidentemente prescindere da due elementi. Il primo consiste nelle reciproche retoriche, perché è chiaro che – sia da parte statunitense sia da parte iraniana – c’è una corsa ad affermare che si è vinto, riuscendo in qualche modo a prevalere sull’altro. Gli iraniani usano questa retorica per dimostrare che la guerra è stata inutile e che le loro ragioni hanno avuto la meglio, mentre Trump la usa per sostenere che la guerra è stata utile, poiché altrimenti non ci sarebbe stata la possibilità di arrivare a un accordo che lui dipinge come una rimessa al centro degli americani in Medio Oriente”.
E il secondo elemento, qual è?
Riguarda la tenuta di quello che viene concordato, che vedremo nel tempo. In questo momento, ragioniamo senza tenere in considerazione gli spoilers che sono presenti sia nel campo israeliano sia in quello iraniano. Non è un mistero che a Israele qualsiasi tipo di intesa non piaccia, ritenendo l’unica soluzione quella di andare fino in fondo e ottenere per via militare un cambio di regime in Iran – cosa che, evidentemente, non è alla portata. Viceversa, nel campo iraniano – che forse è più compatto di quanto pensiamo, ma comunque non è unanime – c’è una componente di duri e puri tra i Pasdaran che – anche qui – vorrebbe continuare ad alzare il prezzo”.
Al netto di questo, che tipo di passaggio segna l’accordo?
“Innanzitutto, è bene sottolineare che siamo di fronte non già a un accordo, ma a un Memorandum of Understanding (MoU), ovvero un accordo sugli elementi di un futuro accordo. L’effetto di questo MoU – che dovrebbe essere automatico, dopo la firma prevista venerdì (tra un sacco di tempo, dati i ritmi attuali) – consisterà nella riapertura di Hormuz, e quindi l’interruzione del blocco americano ai porti iraniani (cosa che richiederà un po’ di tempo) e, viceversa, lo sblocco dello Stretto da parte iraniana. Questo blocco – vale la pena sottolineare – non è mai stato in armi, ma si è trattato di un blocco dissuasivo (l’interruzione dei traffici per via della minaccia di colpire questi traffici, mandando i prezzi delle assicurazioni e dei noli verso l’alto e rendendo impossibile la navigazione). L’Iran si impegnerebbe a non minacciare il traffico, e dunque a favorire la riapertura: anche qui, probabilmente ci vorrà un po’ di tempo perché bisognerà acquisire fiducia da parte degli armatori che la situazione sia davvero in via di normalizzazione”.
In cambio di cosa avviene tale impegno iraniano?
“In cambio della possibilità, da parte americana, di attenuare il regime sanzionatorio, e quindi sia ridurre progressivamente le sanzioni sull’export iraniano di petrolio, sia sbloccare dei fondi – un punto che non è ancora chiaro. Il vero elemento che ha in qualche modo indotto l’Iran ad accettare è l’impegno americano al cessate il fuoco permanente, che si estenderebbe anche al Libano. Questo però fa sì che le sorti dell’accordo dipendano molto dal conflitto fra Israele ed Hezbollah”.
Dopo la firma del MoU, venerdì, partirà il countdown dei 60 giorni di negoziato per arrivare, forse, a un accordo complessivo. Lei cosa si aspetta?
“Credo che sia una facile previsione pensare che questo processo si estenderà nel tempo oltre i 60 giorni. Questo periodo dovrebbe servire per negoziare un accordo vero e proprio, comprendente sia il regime dello Stretto di Hormuz (chi lo controlla, se sono previsti pedaggi, etc) sia – soprattutto – il futuro del nucleare iraniano. È il tema più importante di tutti, che si declina in diversi aspetti: da un lato, c’è il tema dell’arricchimento dell’uranio (e dunque come congelarlo e per quanto tempo); dall’altro lato, c’è l’impegno iraniano a non dotarsi mai di armi nucleari e di non acquisirle; in terzo luogo, bisogna capire cosa fare con quei 440 kg di uranio arricchito al 60% di cui Teheran dispone già”.
Quali soluzioni si intravedono?
“La soluzione che si intravede è la diluizione, quindi questo uranio non verrebbe esportato in un Paese terzo, ma verrebbe diluito all’interno dell’Iran a una percentuale di concentrazione lontana da quello che si chiama weapons grade (ovvero la possibilità di costruire la bomba). Ovviamente questo porrà anche un negoziato sulla verifica di tutto questo, cioè come si accerta la compliance e quindi il rispetto da parte iraniana degli impegni presi”.
Nel frattempo, cosa succederà?
“È facile immaginare che l’esito sarà una situazione di cessate il fuoco (più o meno fragile) che configurerà una sorta di condominio tra gli Stati Uniti e l’Iran nello Stretto: l’Iran sarà consapevole che non può esagerare in termini di richieste, pena alla ripresa dei bombardamenti, mentre gli Stati Uniti avranno chiaro che – qualora riprendessero i bombardamenti – lo Stretto sarebbe immediatamente di nuovo bloccato. Detto altrimenti, è possibile che quello che oggi viene annunciato come un accordo sull’accordo rimanga tale: un accordo in attesa di una sistemazione definitiva per la quale – ammesso che arrivi – ci potrà volere molto tempo”.
Quali sono gli altri nodi irrisolti, oltre al regime dello Stretto e al nucleare iraniano?
“Da nessuna parte si prendono in considerazione altri due elementi rilevanti: 1) che succede dell’arsenale balistico iraniano (allo stato attuale non c’è nessuna disposizione che lo limiti); 2) che succede dei rapporti fra l’Iran e i suoi proxy, segnatamente Hezbollah (il trigger, insieme a Israele, che potrebbe far saltare di nuovo tutto), ma anche Hamas e gli Houthi”.
Quanto sono preponderanti le incognite rispetto al sollievo?
“È qualcosa che vedremo vivendo, evidentemente. Intanto, da venerdì potremo tirare un sospiro di sollievo perché di fatto ci sarà una fine delle ostilità e una ripresa della navigazione, per la quale peraltro ci vorrà molto tempo. Osservo che, fortunatamente, questo Memorandum interviene in tempo utile per consentire la ripresa del fluire del petrolio in modo da ricostituire le scorte in vista dell’inverno: ancora un mese e probabilmente ci saremmo trovati con dei problemi da questo punto di vista. È, in fondo, un soprassedere ai problemi più gravi in nome di un’emergenza più cogente”.
Rispetto all’accordo sul nucleare firmato da Barack Obama, quello che potrebbe siglare Trump si candida a essere migliore e peggiore?
“È presto per dirlo, perché tutto è rinviato ai negoziati dei 60 giorni. L’impressione è che non si sia ottenuto di più, e che sul punto principale – che è quello del ‘mai un Iran nucleare’ – si sia spuntato al più un impegno iraniano”.
Cosa ha ottenuto Trump da questa guerra?
“Diciamo che quello che alla fine ha ottenuto è un ruolo di poliziotto in Medio Oriente, che in qualche misura lui stesso ora accredita. Gli Stati Uniti sono tornati a porsi come punto di riferimento per quello che nel Golfo si può fare o non si può fare. Vedremo se tutto questo sarà puntellato anche da accordi più organici e, eventualmente, anche da intese di tipo economico-commerciale. Si parla di fondi per la ricostruzione dell’Iran e di un regime di pedaggi: vedremo se, come e in che modo. Tutto questo potrebbe anche sottintendere degli aspetti economici che in questo momento non è dato sapere.
Quali sono gli effetti del pre-accordo sul G7 che si apre oggi sulle Alpi francesi?
Un elemento interessante da evidenziare è questo ruolo che il presidente americano adesso rivaluta dei Paesi del G7, quindi i quattro europei (che non casualmente hanno fatto una dichiarazione di appoggio al cessate il fuoco, manifestando disponibilità per lo sminamento e la sicurezza regionale), più Giappone e Canada. Questo è un elemento importante che gli stessi Paesi europei dibatteranno al prossimo Consiglio europeo”.
Che cosa si aspetta da Netanyahu? Si asterrà – come indicato da Trump – dal compiere azioni che potrebbero mettere a repentaglio il cessate il fuoco?
“Netanyahu ragiona in una logica di mantenere sé stesso al potere e di vincere le prossime elezioni israeliane. Sa che l’azione in Iran – come del resto le azioni contro Hezbollah e Hamas – sono popolari tra il suo elettorato, e per questo non voleva interrompere le ostilità. Sicuramente non è nella condizione di opporsi al presidente degli Stati Uniti, ma è nella condizione – qualora i suoi interessi di politica interna e personale lo richiedessero – di fare ulteriori azioni di disturbo”.
I sondaggi dicono che questa guerra ha danneggiato politicamente Trump, facendogli perdere molti consensi. Pensa che sia ancora in tempo per risalire la china?
“Non credo, sinceramente, che Trump sia interessato a questo. Dà per scontata la sconfitta – adesso vedremo in che percentuale – alle elezioni di midterm. Quella è una prospettiva che gli viene ricordata dal suo partito e dalla sua base elettorale, ma il suo interesse è di passare alla storia, di lasciare un’eredità. Paradossalmente, non gli interessa tanto il come, gli interessa accreditare una sua narrativa di successo che gli consenta di passare alla storia”.
Ci sta riuscendo?
“A entrare nei libri di storia, certamente sì. Come, non lo so”.
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