Tommaso Greco: «Solo il diritto ci può salvare dalle guerre»
Il filosofo del diritto interviene a Siracusa per “Antigone e il suo paradosso”: «Contro il riarmo serve rilanciare il diritto internazionale»
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«Antigone e il suo paradosso» è l’iniziativa promossa dal Consiglio nazionale forense, in collaborazione con la Fondazione dell’avvocatura italiana, insieme all’Unione degli Ordini Forensi di Sicilia e al quotidiano Il Dubbio, in programma domani e sabato a Siracusa. Tra i relatori che interverranno nel primo panel anche il professor Tommaso Greco, ordinario di Filosofia del diritto nell’Università di Pisa. L’accademico è autore del libro «Critica della ragione bellica» per i Sagittari di Laterza.
Professor Greco, la guerra non indigna quasi più?
«Certamente è in atto una sorta di normalizzazione della guerra. Si è diffusa una “Grande narrazione bellicista”, in cui operano attivamente soprattutto i politici e il mondo dell’informazione. Che la guerra però non indigni quasi più non lo direi, perché nelle masse popolari, nella società civile, c’è invece un grande rifiuto della guerra. Direi che su questo tema, mai come in passato, si sta manifestando una grande spaccatura tra la classe dirigente, di cui fanno parte pienamente anche gli operatori dell’informazione, almeno quelli dei grandi media, e la società civile, che invece si ostina a rifiutare l’idea che i problemi si debbano risolvere o non si possano non risolvere che con la guerra».
Alla parola «riarmo» quale termine si sentirebbe di contrapporre?
«Naturalmente alla parola riarmo non si può che contrapporre la parola disarmo, che, però, non deve farci pensare solo alle armi, ma a tutto l’impianto del nostro pensiero, del nostro linguaggio, del nostro modo di stare nel mondo. È uscito di recente un bel libro di padre Francesco Patton, fino a pochi mesi fa Custode in Terra Santa, intitolato “Disarmare il cuore”, in cui l’autore evidenzia come sia necessario disarmare un po’ tutto ciò che ci mette in relazione col mondo, fornendo anche molte indicazioni pratiche, dato che vengono da una personalità che ha vissuto per molti anni in luoghi di conflitto. Quello che dovremmo fare è rafforzare le alternative che nei decenni passati abbiamo saputo inventare, a cominciare dal diritto e dalle istituzioni. Al riarmo oggi dobbiamo contrapporre il rilancio del diritto e del diritto internazionale in particolare».
Ucraina, Gaza e ora Iran. Sono anni sempre più complicati per l’umanità?
«Viviamo anni complicati e sorprendenti, perché non eravamo pronti ad un ritorno della guerra con queste dimensioni e soprattutto ad un ritorno dell’ideologia della guerra. Pensavamo che si stesse andando verso un mondo globalizzato non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista della condivisione almeno di alcuni valori di fondo. Invece, il mondo si è complicato. Vorrei però sottolineare che le cose non avvengono né per caso né in maniera necessitata ed automatica. Non ci sono determinismi nelle vicende del mondo. Alcune situazioni si verificano perché sono il frutto di scelte che potevano essere fatte diversamente. Con riguardo all’Ucraina, a Gaza e all’Iran, potevano certamente essere fatte scelte molto diverse in ognuno dei casi».
Nel suo ultimo libro, «Critica della ragione bellica», lei sottolinea la necessità di contrastare la narrazione che relega la pace nell’«utopia» o nell’«ideale». Come si valorizza davvero la pace?
«Quello che ho cercato di sostenere nel libro è che bisogna sfuggire all’inganno della narrazione bellicista, secondo cui la guerra fa parte della realtà e la pace appartiene invece all’ideale, al mondo del dover essere. È un inganno al quale dobbiamo sottrarci, dato che la pace appartiene già all’essere, alla realtà. Dobbiamo saper riconoscere le condizioni di pace che spesso possediamo. La pace non va solo costruita, ma va anche curata e custodita. Ciò significa che le scelte che facciamo ogni giorno vanno sottoposte ad un’analisi critica adeguata, che ci aiuti a capire se ci portano verso la pace o verso la guerra, se incentivano comportamenti di pace o comportamenti di guerra. L’argomento secondo cui la pace è un nobile ideale, che in quanto tale dobbiamo rassegnarci a non raggiungere mai, è assolutamente da rifiutare perché, ancora prima di essere sbagliato, è sostanzialmente falso. La storia più recente dimostra che con gli strumenti del diritto e delle istituzioni siamo stati capaci di costruire ambienti pacifici. Basta pensare alla storia dell’Europa e a quello che è stata negli ultimi ottant’anni in confronto ai decenni e ai secoli precedenti. La pace è una realtà sulla quale contare e si può partire da questa realtà per costruire ambienti pacifici là dove ci siano da superare situazioni di conflitto».
Stiamo assistendo alla demolizione del diritto internazionale per fare posto a cosa?
«Sì, stiamo assistendo alla demolizione del diritto internazionale per fare posto ovviamente alla legge del più forte. Dove viene meno il diritto, si afferma immediatamente la “legge della giungla”, come tanti del resto hanno sottolineato. Quello che va ancora evidenziato e criticato è però l’argomento che sta alla base della demolizione del diritto internazionale. Si sostiene che il diritto internazionale non funziona. Non è una argomentazione valida, perché nella grandissima maggioranza dei casi funziona benissimo».
Cioè, il diritto internazionale può funzionare da solo?
«No, perché non è un essere umano che fa cose: è uno strumento che funziona se lo facciamo funzionare. È davvero singolare il fatto che spesso ci dicano che il diritto internazionale non funziona proprio coloro che dovrebbero impegnarsi a renderlo efficace. Si tratta anche in questo caso, a mio avviso, di un argomento da rifiutare perché è falso, prima di essere immorale. Occorre affermare con determinazione che il diritto internazionale non va messo da parte e va fatto funzionare anche cercando di portare avanti le riforme ritenute opportune nel momento storico presente. Pensare di fare a meno del diritto internazionale è già un grande regresso nella storia della civiltà umana. Dobbiamo lavorare affinché il diritto internazionale possa funzionare sempre meglio. Gli strumenti che abbiamo a disposizione sono molto più efficaci di quanto non si dica. Bisogna però averne consapevolezza. Come ogni forma di diritto, il diritto internazionale può essere efficace solo se può contare sul riconoscimento degli attori sociali. Se questo riconoscimento non viene da tutti, non è questo un argomento per mettere da parte il diritto internazionale. Forse mettiamo da parte il diritto penale perché ci sono soggetti che lo violano sistematicamente? E allora perché dovremmo fare a meno del diritto internazionale, solo perché alcuni lo violano o non lo riconoscono?».
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