Marco Minniti. Libano e Hormuz: preludi di risultati eccezionali
Colloquio con l’analista ed ex ministro: “L’incontro fra gli ambasciatori libanese e israeliano può portare al superamento di Hezbollah come milizia armata. Dopo il vertice dell’Eliseo, avere i Paesi non coinvolti nella guerra pronti, con l’Onu, a sminare e controllare lo Stretto, dà prospettive formidabili. Meloni diventi ponte con il sud globale”
Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, oggi presiede la Med-Or Italian Foundation che punta a rafforzare i legami, gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato a Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso, Medio ed Estremo Oriente, fino al Sudamerica.
Dopo la tregua fra Israele e Libano, riapre momentaneamente e parzialmente lo Stretto di Hormuz. Donald Trump è riuscito a convincere Benjamin Netanyahu o non durerà?
Intanto, lo definirei un cessate il fuoco. Tregua forse non è la parola più precisa perché presupporrebbe un atto ostile del Libano verso Israele che non c’è stato. C’è stato un attacco di Hezbollah, milizia che fa parte dell’asse di resistenza iraniano, ma che è stata oggetto di grandi sforzi per disarmarla – non riusciti – da parte del governo libanese. Non dimentichiamoci che l’attuale presidente libanese Joseph Aoun è l’ex capo di stato maggiore dell’esercito: il Paese ha scelto una leadership forte che ha esercitato molta pressione su Hezbollah. Arrivando a espellere, durante l’attacco Usa, l’ambasciatore iraniano a Beirut, che per sfida non ha voluto lasciare il Libano. Questo è il quadro da cui si evince l’importanza del cessate il fuoco.
Il riconoscimento degli sforzi del governo libanese può portare alla costruzione di un accordo duraturo nella regione?
L’incontro fra i due ambasciatori libanese e israeliano, mediato dal Segretario di Stato americano Marco Rubio, è un unicum assoluto. Da questo confronto diretto può scaturire un obiettivo comune: il superamento di Hezbollah come milizia armata. Il governo del Libano è d’accordo anche a proteggere il confine sud del Paese, che oggi è controllato dalla milizia e rappresenta una minaccia per Israele. Potremmo essere a un punto di svolta effettivo.
Crede che Israele accetterà questa impostazione? La recente tensione con l’Italia è dovuta anche agli attacchi immotivati a mezzi Unifil con soldati italiani a bordo.
È vero che c’è stata preoccupazione di fronte agli attacchi israeliani alla missione Unifil che agisce nel Sud del Libano, attualmente guidata da un italiano e di cui abbiamo il contingente più numeroso. Ma questo cessate il fuoco è importante anche nel quadro delle garanzie di sicurezza per Israele. È il primo atto di un cambio di impostazione rispetto all’idea israeliana di creare lì una zona cuscinetto spostando avanti i suoi confini con una decisione unilaterale inaccettabile per Beirut. Un po’ come sta facendo anche nella Valle della Bekaa in Siria.
I punti di distanza sono molti, ma il versante libanese potrà essere decisivo per sbloccare lo stallo fra Usa e Iran?
C’è certamente un aspetto più generale. Teheran considera il Libano elemento pregiudiziale per continuare ogni discussione con Washington, in pratica un prerequisito. È talmente importante per l’Iran che subito dopo ha annunciato unilateralmente l’apertura di Hormuz. Infatti, sul punto, Trump ha speso la sua personale ed evidente influenza su Netanyahu.
L’influenza è vicendevole, alla luce della genesi dei bombardamenti sull’Iran…
Non c’è dubbio che Netanyahu abbia avuto un ruolo importante nell’attacco americano. Una ricostruzione dettagliata del New York Times ricorda che la decisione è stata presa in un vertice alla Casa Bianca durante la visita del premier israeliano, alla presenza dell’ex capo del Mossad, David Barnea, e dell’intelligence statunitense. Il Mossad avrebbe tranquillizzato gli alleati che un intervento aereo pesante avrebbe portato rapidamente al cambio di regime perché le potenzialità di una rivolta interna erano molto forti. Gli analisti americani avevano definito ridicola quella tesi. Ma alla fine il presidente ha deciso comunque di procedere.
Quindi, alla base dell’attacco all’Iran c’è stata una valutazione del tutto errata?
Non solo. Il punto principale è che l’Iran non rappresentava una minaccia nucleare imminente per gli Usa. È stata una “war of choice”, una guerra per scelta. L’ultimo report dell’Aiea – sui cui allarmi Trump ha basato la guerra – spiegava chiaramente che gli attacchi del giugno 2025 avevano ritardato il sistema di arricchimento dell’uranio. A questo si aggiungono due sottovalutazioni. La prima è stata sulla capacità di resistenza del regime, presupponendo un’equivalenza col Venezuela laddove il secondo era un’autocrazia e il primo è una teocrazia, che sostituisce i leader ogni volta che cadono.
La seconda sottovalutazione è stata il blocco dello Stretto di Hormuz?
Sì, ed è stupefacente. Era scontato che Teheran lo avrebbe fatto. È evidente che ora Trump cerca una via d’uscita che nasce dal rapporto fra l’iniziativa militare e il sentimento dell’opinione pubblica americana. Storicamente, le guerre di Washington si sono svolte in un quadro di accorpamento del Paese significativo: in Afghanistan il consenso era al 92%, in Iraq al 76%. Per l’Iran è sceso al 41% e ora al record negativo del 31%. Questo conflitto non ha creato un’”Union sacrée” contro il nemico. Il blocco di Hormuz ha ingigantito problemi interni come il prezzo di benzina, alimenti e tra poco farmaci. Il fatto è che il mondo ormai è interconnesso e se blocchi i “choke-points” soffochi l’economia mondiale. Lo aveva già capito l’Isis nel 2014 quando voleva mettere le mani proprio su Hormuz.
La premier Giorgia Meloni, dopo un’iniziale titubanza, ha preso le distanze dalle parole offensive e surreali di Trump su Leone XIV. Che conseguenze avrà questo strappo per la nostra politica estera?
La posizione di Meloni in questa vicenda è stata doverosa. La continua invasione di campo della politica americana sulla religione produce inquietudine nel mondo. Un abuso continuo di richiami cristiani che scade anche nella farsa, come Pete Hegseth che cita involontariamente Pulp Fiction. Non si era mai visto ma nemmeno immaginato un vicepresidente che dà lezioni di teologia al Papa come ha fatto J.D. Vance.
Trump si è stizzito anche per il mancato appoggio in Iran, ha attaccato la Nato e l’Italia direttamente: “Non c’è stata per noi, non ci saremo per loro”. Meloni è volata a Parigi per un vertice dei Volonterosi, che finora non aveva amato. Ex malo bonum: può essere l’inizio di una nuova era geopolitica per l’Europa?
Può rivelarsi una situazione liberatoria. Un recente report di Eurobarometro sugli orientamenti nell’Ue raccoglie forte diffidenza e disapprovazione verso la guerra in Iran e Trump. Sentimenti che in Italia sono ancora più netti che altrove. Questo rende evidente il senso della partita: la necessità di fondo che l’Europa abbia un’autonomia strategica. Il rapporto transatlantico rimane, ma nella fase di Trump che ha introdotto un unilateralismo radicale, il fatto che l’Europa abbia una visione strategica e di Difesa diventa cruciale per il mondo.
Al termine del vertice all’Eliseo i quattro Paesi – Francia, Italia, Regno Unito, Germania – si sono detti pronti a contribuire a una missione internazionale pacifica, con le dovute procedure costituzionali, per garantire la sicurezza dello Stretto. La Casa Bianca per ora ha chiuso la porta. Riusciranno a coordinarsi i Volonterosi o prevarranno le divergenze, ad esempio sul ruolo americano?
La partecipazione di Meloni al vertice è il segno più evidente di una forte e nuova consapevolezza del ruolo dell’Italia nello scenario internazionale. Ricordiamoci che a Parigi c’erano collegati 50 Paesi, e l’ultima a mostrare disponibilità è stata l’India. Se la trattativa Usa-Iran procede e ottiene la riapertura definitiva dello Stretto, avere i Paesi che non sono coinvolti nel conflitto pronti – anche nel quadro di un via libera dell’Onu – per sminarlo e controllarlo, diventa uno strumento formidabile per l’orizzonte geopolitico mondiale. È un dato che oggi è sul tappeto. Peccato che Trump non sia consapevole che è un aiuto anche per lui.
Trump ha detto che l’Europa è scroccona, la Nato “tigre di carta” inutile, e l’Italia ingrata. È ipotizzabile fargli cambiare idea?
Una parte di mondo è preoccupata per l’atteggiamento degli Usa ma non vuole l’egemonia della Cina e dunque si rivolge all’Europa. Ma se Bruxelles non riesce ad avere un ruolo incisivo, l’unica alternativa a Trump rimarrà Pechino. La Cina si propone come grande potenza mondiale attenta al multilateralismo e a preservare lo status quo senza iniziative squilibranti. Ma sappiamo che il suo obiettivo è Taiwan. Questo sarà oggetto della visita di Trump: Xi vorrebbe modificare nell’accordo la “soluzione pacifica” con “riunificazione pacifica”. Non poco: una conseguenza diventa presupposto. Se il fronte cruciale degli Usa è quello cinese, Trump dovrebbe ragionare anche su queste prospettive.
Basterà la dichiarazione in stile kennedyano di Elly Schlein a sostegno di Meloni su Trump per costruire un filo di unità nazionale in politica estera ?
La scelta di Schlein non è stata solo di apprezzabile cortesia istituzionale bensì politica. È fondamentale trasmettere il messaggio che se il Paese viene attaccato verbalmente da soggetti esterni è unito, e questo è stato fatto. Può diventare presupposto di unità in politica estera? A certe condizioni, credo di sì. L’Italia è un Paese di confine e ha sempre fatto uno sforzo in questa direzione, e penso alla Prima Repubblica come punto di massima tensione unitaria. Ci sono però due requisiti da rispettare.
Quali?
Servono ampia convergenza politica sull’autonomia europea nel campo della Difesa e coerenza sulla guerra in Ucraina. Sono i due pilastri per la costruzione di una visione comune e non sono irraggiungibili.
In realtà, con l’aumento dei prezzi del carburante, anche nella maggioranza – vedi Matteo Salvini – risalta fuori l’ipotesi di acquistare petrolio russo.
È fondamentale il riconoscimento della minaccia russa verso l’Europa. Senza un processo di pace stabile e duraturo – che non è alle viste – non è possibile pensare nemmeno per un secondo di allentare la pressione economica e le sanzioni a Mosca.
La sconfitta di Viktor Orbán può essere letta anche nella chiave che gli ungheresi si fidano di più dell’Ue che di Putin e delle garanzie Usa. Se aggiungiamo lo stop al rinnovo dell’accordo militare con Israele e la lite con Trump, è la sconfessione dell’intera politica estera del governo?
Ci sono momenti che rappresentano bivii della storia. È successo in Ungheria: l’80% di votanti è una partecipazione record, due terzi dei seggi parlamentari consentiranno riforme profonde, Péter Magyar è un conservatore europeista. Budapest rilancia il ruolo dell’Ue sorprendendo anche i leader sovranisti e caricandoli di responsabilità. Del resto, la dottrina America First crea tensione anche con il Rassemblement National di Marine Le Pen e con Afd in Germania. Si esce ora dalla gigantesca illusione ottica di un’internazionale sovranista che semplicemente non può esistere perché è una contraddizione in termini. Punto.
E Meloni lo ha capito?
Mi sembra che abbia fatto scelte molto politiche: la reazione alle parole di Trump sul Papa, il confermato sostegno a Kiev con la visita di Zelensky. Collocano l’Italia in un contesto molto europeo in cui può essere punto di congiunzione fra le democrazie occidentali, compresi gli Usa, e il Sud Globale. Superando così l’idea dell’Italia ponte fra Ue e Usa a favore di un ruolo diverso che non dobbiamo fare a pugni per avere bensì ci viene riconosciuto naturalmente. Un ruolo basato sulla nostra collocazione geo-strategica perché mai il Mediterraneo è stato così cruciale.
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