Anno: XXI - Numero 165    
Venerdì 7 Agosto 2020 ore 16:00
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Il dramma delle partite Iva

Un esempio drammatico ma chiaro per comprendere gli effetti dell’emergenza economica

Il dramma delle partite Iva

In tutta Italia prosegue parallelamente all’emergenza sanitaria prosegue quella economica. È il caso di un bar con un titolare e un apprendista, come in città ce ne sono centinaia. I guadagni sono azzerati, le spese fisse come affitto e riscaldamento continuano e il risultato è che il barista è meno tutelato dell’apprendista. A fine marzo finirà per portare a casa solo conti da pagare. Nessuno stipendio per mantenere la famiglia, solo il contributo di 600 euro per il mese di marzo, quando arriverà. L’apprendista, invece, grazie alla cassa in deroga dovrebbe riuscire a guadagnare di più del suo titolare. È tutto qui il paradosso di autonomi, partite Iva, professionisti che si trovano a fare i conti con misure che vengono ritenute in larga parte insufficienti. «L’imprenditore stesso è meno tutelato dei propri dipendenti», spiega Luisella Fassino, presidente dell’ordine di consulenti del lavoro di Torino. Tutte le attività che per decreto sono state chiuse per l’emergenza rischiano seriamente di non riaprire più. «È vero che possono fare ricorso agli ammortizzatori sociali per superare il periodo ma questo è uno strumento che allevia solo i costi del personale e non gli altri costi. I crediti di imposta arriveranno tra tanto tempo e in questo momento il portafoglio è vuoto. Non si può aspettare la dichiarazione dei redditi del 2021 per mangiare», dice Fassino sottolineando che il decreto interviene alleviando i costi ma, invece di dispensare contributi, si fa ricorso a finanziamenti agevolati con la conseguenza di spostare sul futuro il carico finanziario di oggi. «Noi consulenti del lavoro siamo per le imprese quello che il pronto soccorso è per le persone. Con la differenza che al nostro triage arrivano tutti codici rossi – aggiunge la presidente -. C’è una nevrosi collettiva perché ci stanno facendo capire che le misure ci sono ma non per tutti. Quindi vincerà la velocità e non la necessità. Tutte le imprese stanno correndo a chiedere le 9 settimane di cassa integrazione ordinaria o del fondo integrativo salariale (il Fis che spetta alle aziende non coperte da cassa integrazione che hanno più di 5 dipendenti). Chi ha meno di 5 dipendenti può solo sperare nella cassa in deroga ma sarà la Regione a gestirla e non si sa ancora a quanto ammonterà». E poi ci sono categorie che sono sprovviste totalmente di misure compensative come i professionisti. Del tutto privo di tutela anche il personale delle associazioni e attività sportive dilettantistiche, dai personal trainer agli amministrativi che fanno funzionare le palestre: una categoria molto numerosa. «Più che combattere per i 600 euro, bisogna affermare che i professionisti hanno diritto a un equo compenso», aggiunge la consulente del lavoro. Della stessa opinione anche il presidente dell’ordine degli ingegneri di Torino, Alessio Toneguzzo: «Le libere professioni in Italia rappresentano il 6% della forza lavoro. Solo tra gli ingegneri torinesi le partite Iva sono più di 2100. Il punto non sono i 600 euro. Il punto è che produciamo ricchezza e conoscenza, sosteniamo costi e vederci esclusi da garanzie e protezione è un problema. Anche il rimando alle casse degli ordini professionali è ingiusto perché noi le tasse le paghiamo allo Stato. La nostra cassa ha stanziato 100 milioni per misure a sostegno di ingegneri e architetti ma sono i nostri contributi, ci aspettavamo un aiuto anche dal governo».

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