Anno: XXII - Numero 122    
Mercoledì 23 Giugno 2021 ore 16:00
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Noi dipendiamo dai mercati È la frase, ormai celebre, detta da un Presidente di Cassa in Commissione bicamerale di controllo degli enti previdenziali.

È dice pure il vero.

Noi dipendiamo dai mercati È la frase, ormai celebre, detta da un Presidente di Cassa in Commissione bicamerale di controllo degli enti previdenziali.

Una volta però accertato che le Casse di previdenza sono “amministrazioni pubbliche”, ci si deve porre due domande:

– possono investire i montanti contributivi sui mercati finanziari?

– e lo possono fare senza una normativa cogente?

Sin qui lo hanno fatto di comune accordo tra vigilati e vigilanti anche perché 1.700.000 iscritti, obbligati per legge a esserlo, non se ne danno cura, salvo lamentarsi solo al momento del pensionamento.

 Rebus sic stantibus, poiché le Casse hanno rinunciato alla copertura finale dello Stato, è evidente che debbano far “fruttare” il patrimonio di garanzia accumulato per assicurare la sostenibilità di lungo periodo che a loro viene chiesta dalla legge.

Da questo equivoco normativo bisogna cercare di uscire perché le pensioni obbligatorie di primo pilastro non possono dipendere dai mercati.

 «Il regolamento che non c’è. Come l’isola di Eduardo Bennato. È dal luglio 2011, Governo Berlusconi IV, che le Casse di previdenza attendono un sistema di regole per gli investimenti. Otto anni. Nel decreto 98 del 2011 veniva affidato a Covip, authority di vigilanza dei fondi pensione, il compito di monitoraggio e di ispezione (non di sanzione) degli enti di previdenza dei professionisti» (Vitaliano D’angerio).

Gli Enti operano secondo il principio della sana e prudente gestione e perseguono l’interesse collettivo degli iscritti e dei beneficiari della prestazione pensionistica.

Mi pare evidente che per raggiungere questi obiettivi le Casse di previdenza debbano essere fornite dal legislatore degli strumenti adeguati per poterlo fare e in particolare del regolamento per gli investimenti che si attende da moltissimi anni.

È evidente che alle Casse non va bene il richiamo alle gare ad evidenza pubblica, indigesto anche all’industria finanziaria nazionale che non vuole perdere questa fetta di mercato, disponibile com’è a finanziare convegni, dibattiti e quant’altro e a indirizzare gli investimenti a seconda del timing.

Sullo sfondo la responsabilità di vigilati e vigilanti per mala gestio.

«La giurisprudenza ritiene che versi in colpa grave «colui che agisce con straordinaria e inescusabile imprudenza e che omette di osservare non solo la diligentia media del buon padre di famiglia[,] ma anche quel grado minimo ed elementare di diligenza che tutti osservano. La prevedibilità dell’evento non è di per sé sola elemento caratterizzante della colpa grave». È grave, pertanto, «l’errore inescusabile in ragione della sua grossonalità, o l’ignoranza incompatibile con la preparazione media esigibile dal professionista[,] o l’imprudenza, sintomatica di superficialità e disinteresse per i beni primari che il cliente ha affidato alla cura del professionista». Quello appena esposto è un primo parametro che riposa sulla divergenza tra la condotta effettivamente tenuta e quella da attendersi in ossequio alla norma cautelare in rilievo nel caso di specie; ma occorre anche apprezzare quanto fosse in concreto prevedibile e, quindi, evitabile la realizzazione dell’evento che la norma violata era preposta a scongiurare, il grado di rimproverabilità personale dell’agente sul piano dell’esigibilità della regola (sotto i profili dell’adeguatezza del soggetto alla sua osservanza e delle circostanze dell’azione), la motivazione del contegno tenuto e la consapevolezza della sua pericolosità» (Diligenza e figura del buon padre di famiglia tra responsabilità contrattuale e responsabilità extracontrattuale, Gaetano Anzani, Professore a contratto di Istituzioni di Diritto Privato nell’Università di Pisa).

Da www.missionepensione.it: «Dove sta andando il sistema pensionistico italiano Raccomandazione #2. C’è un senso nelle cose, perfino nelle riforme pensionistiche. La conoscenza è un mezzo per affrontare meglio la realtà e decidere con maggiore consapevolezza, cercando il più possibile di basarsi su dati oggettivi. Stiamo facendo riforme da quasi trent’anni per gestire il picco di spesa pensionistica che si verificherà nei prossimi 25 anni, a causa del pensionamento dei baby boomers. I vari Recovery Fund stanno aprendo scenari impensabili: gli Stati stanno scoprendo che i vincoli di spesa non sono scolpiti nei regolamenti dell’Europa, ma sotto circostanze eccezionali possono essere sovvertiti e si può creare (tanto) nuovo debito. Ma a quale costo per il futuro? Quali nuovi vincoli avranno le generazioni future? I numeri aggiornati ci dicono che, a causa della recessione 2020, sommata al picco di spesa dovuto alle riforme 2019, il tanto temuto picco di spesa pensionistica del 2045 è già qui tra noi! Le conseguenze le capiremo probabilmente tra qualche anno. Nel dubbio, è responsabilità di ogni cittadino occuparsi da subito di se stesso nel futuro, perché attendere possibili evoluzioni positive dei sistemi di welfare potrebbe rivelarsi una scommessa molto pericolosa».

Nelle Casse di previdenza, prive della garanzia dello Stato, anche peggio.

 

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