L’Europa che vorrei e ciò che ci aspetta
Le spinte sovraniste non giovano alla causa.
Con il nuovo patto di stabilità Ue sono state riformate le regole fiscali ma non la governance europea che richiederebbe, invece, l’attribuzione di sovranità da parte degli Stati nazionali, rafforzando il bilancio europeo con risorse e competenze appropriate secondo le indicazioni dei Report Draghi e Letta, per colmare il GAP di competitività Eu – Usa.
Il sogno di Alcide Degasperi e Altiero Spinelli considerava la costruzione europea come un effettivo processo di devoluzione di competenze statali alle istituzioni federali.
Detto questo vediamo, comunque, che cosa l’Italia dovrà fare a fronte delle nuove regole fiscali europee.
Entro il 21 giugno 2024 la Commissione Europea presenterà ai Paesi membri le traiettorie di riferimento (non contrattabili) sulle quali i vari Paesi presenteranno il piano di medio termine (PFS) entro il 20 settembre 2024.
Sempre a giugno 2024 la Commissione Europea aprirà la procedura d’infrazione per violazione della regola del deficit superiore al 3% del PIL nel 2023.
L’Italia sarà ovviamente interessata.
Noi presenteremo un PFS di sette anni che richiede però la allegazione di un piano di riforme e investimenti strutturali, così da migliorare la crescita e la sostenibilità dei conti pubblici.
Si dovrà operare un aggiustamento annuale del deficit attorno allo 0,5 – 0,6% del PIL per sette anni e cioè dal 2025 al 2032, così da portare l’avanzo primario (differenza fra spesa pubblica ed entrate al netto del costo del debito pubblico) tra il 2,5-3% del PIL.
Questo lo si potrà fare con una minore crescita della spesa nominale.
E qui sta il problema nelle scelte di politica economica decise e finanziate solo per il 2024, pari all’1% del PIL, che se mantenute dovranno trovare adeguate coperture.
Il rifinanziamento del taglio del cuneo fiscale e la conferma dell’IRPEF a tre aliquote cubano circa 15 miliardi.
Dove si troveranno le risorse?
Lo vedremo in autunno.
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