Anno: XXII - Numero 30    
Lunedì 1 Marzo 2021 ore 17:00
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Da Renzi a Conte, chi ha vinto e chi ha perso nella partita della crisi

Quella della crisi di governo è stata e sarà ancora una partita a scacchi complicata tra stalli, colpi di scena e mosse a sorpresa.

Da Renzi a Conte, chi ha vinto e chi ha perso nella partita della crisi

Ma intanto, dopo il voto del Senato che ha segnato quota 156 per il governo, come ne escono i leader? L’impressione è che non ci sia un vero vincitore. Tutti i protagonisti escono un po’ ammaccati dalla partita: se Renzi ha perso la sua scommessa, anche Conte esce con una vittoria a metà: ha incassato la fiducia ma ha perso un pezzo di maggioranza e per ora non ha truppe sufficienti per navigare a vele spiegate nella tempesta della pandemia.

Senza dubbio, aver portato a casa la fiducia in una situazione così incerta si può considerare una vittoria. Ma Conte non esce fuori dalla crisi indebolito, con una maggioranza di 156 senatori “raccogliticcia” e insufficiente. Raccogliticcia perché ha dentro i voti di tre senatori a vita che non si possono considerare di maggioranza, una decina di senatori del gruppo Misto che non fanno riferimento ad alcun partito e non sono legati al progetto del governo. Infine ci sono due voti sottratti all’opposizione e uno a Italia viva. Infine, 156 voti non rappresentano neppure la maggioranza assoluta dell’aula, maggioranza che sarà necessaria per votare ad esempio gli scostamenti di bilancio per affrontare la crisi economica.

Renzi ha giocato il tutto per tutto («l’osso del collo» come ama dire lui stesso) ma ha perso la scommessa. Puntava a rafforzare il governo (magari con un nuovo premier), a rafforzare il suo partito (ancora povero di consensi, stando ai sondaggi) e magari anche la presenza di ministri Iv nel governo ma non ha centrato un solo obiettivo. Giuseppe Conte è- per ora – ancora alla guida del governo, Italia viva è finita all’opposizione e, nel voto parlamentare, ha mostrato anche di perdere pezzi: Riccardo Nencini ha votato a favore del governo, contravvenendo alla linea astensionista di Iv e altri deputati (da Comincini a Grimani) hanno fatto sapere di non voler stare all’opposizione.

Zingaretti, pur potendo rivendicare di essere una colonna portante del governo che per ora si è salvato, ha dinanzi molte incognite pesanti. Deve innanzitutto lavorare sodo con Conte per puntellare la maggioranza indebolita e deve assicurare la tenuta del suo partito che rivendica un ruolo più forte nel governo. Ma la questione più spinosa che il segretario Pd si trova ad affontare è lo spauracchio di una lista Conte che sembra profilarsi all’orizzonte. Se infatti il premier costituisse un gruppo di contiani in Parlamento e poi trasformasse questo gruppo in un partito, questo – sondaggi alla mano – farebbe concorrenza spietata al Pd alle prossime elezioni. Un rischio molto alto per i Dem.

i Cinque stelle, per quanto ancora il gruppo parlamentare più affollato sia alla Camera che al Senato, escono dalla crisi appannati e senza ruolo. Pesa come un macigno l’assenza di un leader vero. Unico ancoraggio resta il premier Giuseppe Conte, rimasto come il vero punto di riferimento. Nati con il vaffa day di grillina memoria, sono stati costretti a cercare in Parlamento la stampella dei Responsabili e quasi a gioire del soccorso arrivato da Forza Italia.

Anche il leader del maggior partito di opposizione, Matteo Salvini, appare spiazzato dalla crisi innescata da Renzi. Chiede, insieme a Giorgia Meloni, al Capo dello Stato di andare a elezioni ma all’interno del suo partito in molti remano per portare avanti la legislatura e – Giancarlo Giorgetti in primis – per appoggiare un governo istituzionale. Il leader leghista ha anche tentato di guadagnare qualche parlamentare in uscita dal proprio gruppo causa crisi, ma non è riuscito per ora nel suo intento. Al contrario ha assistito impotente alla fuga di due senatori di Forza Italia. Non del suo partito, certo, ma pur sempre due voti in meno per l’opposizione.

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