Anno: XXV - Numero 105    
Giovedì 13 Giugno 2024 ore 13:30
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Forti, Salis e Zaki. Tre successi per l'Italia ma solo uno è merito di Meloni

Il lavoro della premier è stato fondamentale per la grazia a Zaki da parte di al Sisi.

Forti, Salis e Zaki. Tre successi per l'Italia ma solo uno è merito di Meloni

Negli altri due casi il governo ha dato un aiutino ma nulla più. Le opinioni degli esperti Canestrini, Villa e Bottoni.

L’arrivo imminente di Chico Forti in Italia, gli arresti domiciliari per Ilaria Salis, la grazia per Patrick Zaki. Tre fatti molti diversi tra loro, ma accomunati da almeno due elementi: i confini molto labili tra questione giudiziaria e questione diplomatica e il fatto che una svolta, piccola o grande che fosse, si è registrata con il governo Meloni. Ma quanto è stata incisiva l’attività dell’esecutivo? Quali altri elementi hanno inciso? Chi può cantare vittoria? Partendo dal presupposto che sono faccende delicate e che, quindi, una buona fetta dell’attività sottotraccia non viene resa nota, abbiamo provato a rispondere a queste domande, parlando con alcuni esperti.

Partiamo dal caso Forti perché è il più risalente nel tempo. E perché proprio ieri si è saputo che l’ex surfista, detenuto negli Stati Uniti da circa 25 anni perché condannato all’ergastolo per omicidio, è stato spostato dal carcere di Miami a un’altra struttura. E, dopo anni di tira e molla – come dimenticare l’annuncio di Luigi Di Maio che non si è mai tramutato in realtà – potrà tornare in Italia. Non da innocente, come avrebbe sperato, però. Ed è questo un punto molto importante da cui partire per misurare la faccenda e capire il ruolo effettivo del governo Meloni. “È cambiata la strategia – dice ad HuffPost Nicola Canestrini, avvocato trentino, come Forti, ed esperto di cooperazione penale internazionale – Forti ha sempre ritenuto che la condanna fosse ingiusta e si è sempre professato innocente. In Usa, però, è estremamente difficile appellare le sentenze, perché vengono emesse dalla giuria popolare, il giudice di professione fa solo da contorno tecnico. Rifare il processo per stabilire la sua innocenza era praticamente impossibile. Qualcosa è cambiato quando Forti, con la sua difesa, si è di fatto rassegnato a non veder riconosciuta la sua innocenza e ha chiesto di scontare la pena in Italia. A quel punto è partito l’iter della convenzione di Strasburgo”.

Un iter non semplicissimo, con vari aspetti burocratici che devono necessariamente essere gestiti dal governo. E il governo, l’attuale in maniera più efficace dei precedenti, ha preso in mano il dossier. Aveva cominciato già l’esecutivo Draghi, quando la ministra Marta Cartabia era andata in Usa a sollecitare la risoluzione del caso. Ma nell’ultimo anno l’impulso è stato più forte. Il ministro Carlo Nordio ha affrontato quel cavillo si frapponeva tra Forti è l’Italia: il fatto che “l’ergastolo senza condizionale”, inflitto all’uomo, in Italia non esiste. Risolto quel problema, per il quale Nordio era andato anche negli Stati Uniti lo scorso autunno, tutto è stato più semplice. Qualche mese fa la premier ha annunciato l’imminente ritorno. Gli altri passaggi tecnici sono stati fatti da via Arenula in maniera molto celere, e nelle prossime settimane Forti sarà in Italia, potrà godere di eventuali misure alternative al carcere. Il governo, dunque, si è attivato e non ha mollato la presa, il suo intervento è stato più burocratico che diplomatico, ma comunque ha rappresentato un tassello importante per risolvere il caso.

La faccenda Salis è molto diversa. La donna, in carcere preventivo in Ungheria perché accusata di aver malmenato degli estremisti di destra, ha ottenuto gli arresti domiciliari. Canestrini sulla vicenda è tranchant: “Dobbiamo intenderci, o la magistratura di Budapest è indipendente e quindi il governo nulla ha potuto, oppure dipende dal governo ungherese, e allora però bisogna ammetterlo”. Il governo italiano è stato un po’ ondivago sulla vicenda – “ma soprattutto perché all’inizio non sapeva bene come muoversi”, ci dice una fonte ben informata – ed è stato accusato di essersi svegliato tardi. Dopo mesi di impasse, è stata proprio la premier, Giorgia Meloni, a parlare con Viktor Orban per chiedere delle condizioni di detenzione migliori. Lo ha fatto dopo aver visto, come tutti gli italiani, Salis in tribunale con manette e guinzaglio.

La Farnesina e via Arenula hanno poi vigilato sul fatto che in carcere le fosse garantito un trattamento umano, e in effetti le sue condizioni sono migliorate. Solo poche settimane fa, però, la richiesta di domiciliari era stata respinta dal giudice, cosa è cambiato? “Partiamo da una premessa – dice ad HuffPost Matteo Villa dell’Ispi – non si può dire che la magistratura ungherese sia del tutto indipendente, è la stessa legge che prevede un controllo sul Csm e sulla Corte costituzionale. Alla luce di ciò, possiamo immaginare che una qualche pressione (del governo ungherese, ndr) ci sia stata”. Il governo italiano canta vittoria: “Non mi sento di dare ragione né all’esecutivo che esulta – dice Villa – né all’opposizione che dice che è merito della candidatura alle Europee. Bisogna anche ammettere che per un anno la difesa ha chiesto cose impossibili”. Il riferimento è alla richiesta di scontare i domiciliari direttamente in Italia. Il governo aveva suggerito di chiederli a Budapest, poi avrebbe provato a portarla in Italia. La strada pare aver portato i propri frutti. Almeno per questo primo step. L’approdo in Italia non è così semplice, nonostante l’accordo quadro Ue: “È ipocrita – dice Canestrini – pretendere che l’Ungheria applichi una norma che è di difficile applicazione anche qui. Ci abbiamo messo dieci anni per riuscire ad attivarla in Italia”.

Ma, tornando alla concessione dei domiciliari, perché a Orban sarebbe convenuto dare una mano al governo italiano? “Conoscendo bene le istituzioni ungheresi – dice ad HuffPost Stefano Bottoni, professore di Storia dell’Europa orientale all’Università di Firenze ed esperto di Ungheria – è possibile che ci siano stati dei contatti per arrivare a una sorta di de-escalation e che il governo ungherese, soprattutto perché siamo a ridosso delle Europee, si sia attivato per disinnescare la mina. Una mina che, però, era pericolosa solo per il governo italiano Orban nei mesi scorsi ha puntato i piedi per mostrare forza, ma intervenire sul caso Salis non gli è costato nulla”. Di Salis, infatti, in Ungheria si parla ben poco: “L’antifascismo – argomenta Bottoni – non è considerato un valore e per gli ungheresi Salis è colpevole”. Una simile tesi è espressa da Villa: “Da un punto di vista interno questa storia non è per niente rilevante. Non sposta neanche un voto. Nessuno, tra le opposizioni, l’ha politicizzata”. Neanche sulla stampa locale ungherese- fosse anche quella meno favorevole al governo – la storia è stata cavalcata.

Ma se da un punto di vista interno le catene di Salis non hanno impressionato nessuno e i domiciliari non hanno scandalizzato affatto, da un punto di vista internazionale a Orban la mossa potrebbe giovare: “È interessato a ripianare i rapporti con il Ppe, dal quale è stato espulso – fa notare Villa – anche se questa è una vicenda minuscola, che non gli cambierà nulla”. Per Bottoni, invece, Orban era interessato a “dare una mano a Meloni” perché “potrebbe essere sua alleata dopo le europee”. E l’Ue? “Non è parte della contesa, questo è un affare rigidamente bilaterale”, argomenta il docente. Dello stesso parere l’esperto Ispi. “Non è una storia che può cambiare il rapporto tra l’Ungheria e l’Ue. Quest’ultima si è interessata molto poco del caso Salis. Diverso è stato in altre vicende come, ad esempio, il caso Zaki”.

E veniamo, dunque, alla storia del ricercatore dell’Alma Mater di Bologna – a breve dottorando alla Normale di Pisa – che era stato a lungo detenuto in Egitto, con l’accusa minaccia alla sicurezza nazionale, propaganda per il terrorismo, sovversione e altri reati. Dopo tanti rinvii, era stato condannato nel luglio 2020. “Poi gli è stata data la grazia – ricorda Canestrini – quello è un atto politico, che dipende dal governo”. Un atto posto in essere dal presidente egiziano. Anche in questo caso Meloni ha rivendicato il ruolo del governo. Questo esecutivo, in effetti, ha riallacciato i rapporti con Il Cairo, che erano naufragati dopo il caso Regeni. Sono state tante le visite che la premier e i ministri hanno fatto in Egitto e tanti gli investimenti annunciati nel Paese, anche con il piano Mattei. L’Egitto, inoltre, pochi giorni fa è stato inserito nella lista dei Paesi sicuri per i rimpatri dei migranti “inserire in questa lista l’Egitto mentre è in corso un processo per tortua nei confronti di un nostro connazionale lascia esterrefatti”, commenta una fonte che per anni si è occupata dei diritti. L’idea che Zaki, dopo mesi di detenzione, sia stato graziato anche perché il governo egiziano sperava che calassero i riflettori sulla terribile morte di Giulio Regeni circola tra gli addetti ai lavori. Ma è una versione che non può essere confermata. Ciò che è evidente, invece, è la ripresa delle relazioni tra Italia ed Egitto. La grazia a Zaki non può che inserisi in questo solco.

Di Federica Olivo per Huffpost

 

 

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