Taxi: sciopero o ricatto?
Lobby contro Stato!
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Petardi, aggressioni e Parlamento chiuso: non è protesta, è intimidazione. I tassisti non difendono il lavoro, difendono un monopolio. E la politica, ancora una volta, abbassa lo sguardo.
C’è un confine netto tra il diritto di scioperare e la pretesa di comandare. I tassisti che ieri hanno messo a ferro e fuoco il centro di Roma hanno scelto deliberatamente di stare dall’altra parte di quel confine. Petardi, fumogeni, bombe carta, aggressioni fisiche e intimidazioni non sono “forme di dissenso”: sono strumenti di pressione tipici di una lobby che non accetta neppure l’idea di perdere il privilegio di un monopolio protetto.
Si scrive sciopero, si legge ricatto. Ricatto alle istituzioni, ricatto ai cittadini, ricatto a un mercato che da anni viene tenuto artificialmente chiuso per difendere rendite di posizione che nulla hanno a che vedere con il servizio pubblico. Altro che lavoratori in difficoltà: siamo davanti a una delle categorie più garantite del Paese, che reagisce come una corporazione medievale ogni volta che qualcuno osa pronunciare una parola proibita: concorrenza.
Non hanno incrociato le braccia, i tassisti. Hanno incrociato la forza. A Roma hanno preso di mira la Camera dei deputati, costringendo alla chiusura l’ingresso di Montecitorio e l’omonima piazza. Un messaggio chiarissimo: il Parlamento si può chiudere se non fa ciò che vogliamo. In mezzo, l’aggressione a Matteo Hallissey, “reo” di essersi presentato con un pos in mano a ricordare una verità scomoda: che il servizio taxi in Italia è spesso inadeguato, costoso e ostile all’innovazione.
Il copione è sempre lo stesso. Violenza simbolica e reale, poi il tavolo istituzionale. E infatti la protesta si scioglie solo quando arriva la convocazione in prefettura e la rassicurazione sull’incontro con il ministro Salvini. Tradotto: fate rumore, bloccate la città, e qualcuno vi ascolterà. Funziona così da anni, nel silenzio imbarazzato della politica.
Silenzio che ieri è diventato assordante. Le condanne sono state poche, timide, quasi sussurrate. Da destra a sinistra, la maggioranza delle forze politiche ha scelto la via della prudenza, quando non della strizzatina d’occhio. A criticare apertamente metodi e obiettivi della protesta restano solo Italia Viva, Azione e +Europa. Troppo poco per un Paese che si dice liberale, europeo, moderno.
Persino nella maggioranza il tema divide. Forza Italia mostra una frattura evidente: da un lato Roberto Occhiuto, che parla senza giri di parole di protesta “anacronistica” e di un sistema che “non funziona più”; dall’altro Maurizio Gasparri, pronto a garantire ascolto e attenzione a una categoria che, guarda caso, non smette mai di farsi sentire. In mezzo, l’eterna riforma promessa e mai realizzata del trasporto non di linea.
Il punto, però, è politico prima ancora che economico. Qui non è in discussione Uber sì o Uber no. Qui è in discussione il principio per cui una lobby, forte della propria capacità di paralizzare le città, pretende di imporre la propria agenda a governo e Parlamento. È la logica della casta che si autoassolve e si autodifende, mentre il resto del Paese paga il prezzo dell’immobilismo.
Se questa sceneggiata passerà anche stavolta senza conseguenze, il messaggio sarà devastante: in Italia non vince chi ha ragione, ma chi urla più forte. E allora non chiamiamolo più sciopero. Chiamiamolo per quello che è: una prova di forza contro lo Stato.
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