Se dipendesse dai giovani Putin marcerebbe comodamente su Roma!
Il 68% degli adolescenti di un campione provvisorio di 4.000 non si arruolerebbe se l'Italia entrasse in guerra.
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Dunque, il 68% degli adolescenti italiani non si arruolerebbe in caso di guerra. Non che avessimo bisogno dell’ennesimo sondaggio per capire che la parola “sacrificio” oggi provoca la stessa reazione di un invito a spegnere il Wi-Fi: panico, rifiuto, fuga. Ma vederlo nero su bianco fa comunque un certo effetto.
Tra le ragazze, poi, il rifiuto sfiora il 74%. In pratica, se dipendesse da loro, un eventuale invasore verrebbe accolto da un Paese che gli indica con educazione dove trovare il Colosseo, il Parlamento e la migliore carbonara della zona. E questo non perché siano pavide, ma perché la sola idea di responsabilità nazionale sembra appartenere alla preistoria, insieme ai compact disc e ai negozi di fotografia.
La parte più comica, o tragica – scegliete voi – è che i ragazzi, per informarsi sulla guerra, tornano alla televisione. Sì, proprio loro, la generazione che vive in simbiosi con lo smartphone, che posta, scrolla, reagisce e rilancia qualsiasi cosa si muova sullo schermo. Alla fine, quando c’è da capire davvero qualcosa, corrono dalla cara, vecchia TV. L’unica istituzione che non è ancora crollata nel mare di meme e disinformazione. Pensateci: siamo riusciti nell’impresa storica di rendere la televisione più affidabile di Internet. Complimenti a tutti.
Il sondaggio non dice solo che i giovani non si arruolerebbero: dice che non credono più che valga la pena difendere qualcosa. Non lo Stato, non la comunità, non l’idea stessa di un futuro condiviso. E sinceramente, volete dargli torto? Cresciuti in un Paese che offre precarietà a tempo indeterminato e prospettive in formato tascabile, forse l’ultimo pensiero che hanno è immolarsi per una bandiera che spesso vedono solo negli stadi.
Ma attenzione: ridere dei ragazzi sarebbe troppo facile e, soprattutto, profondamente ipocrita. Perché non sono loro ad aver costruito un mondo dove le parole “dovere”, “coerenza”, “impegno civile” suonano come slogan pubblicitari un po’ stanchi. Siamo noi. Noi adulti, dirigenti, opinionisti, educatori, politici improvvisati e moralisti a gettone.
E il risultato è tutto lì, in quelle percentuali che fanno sorridere ma dovrebbero far sudare freddo: se domani avessimo bisogno della loro fiducia, della loro forza, del loro coraggio… arriveremmo seriamente impreparati.
Il problema non è che i ragazzi non combatterebbero.
Il problema è che non credono più che ci sia nulla per cui valga la pena farlo.
E questa, mi dispiace dirlo, non è una loro colpa. È uno specchio. E riflette noi.
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