Anno: XXVIII - Numero 207    
Venerdì 30 Ottobre 2026 ore 13:30
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La Cgil sbaglia bersaglio

Il sindacato mette autonomi e dipendenti l'uno contro l'altro, ma il governo non può ignorare le distorsioni del sistema.

La Cgil sbaglia bersaglio

Difendere le partite Iva non significa penalizzare chi ha uno stipendio. La vera sfida è garantire equità fiscale senza trasformare il lavoro autonomo nel bersaglio della polemica.

La polemica della Cgil sulla manovra fiscale rischia di trasformare una questione seria di equità tributaria nell’ennesimo processo al lavoro autonomo. Il confronto lanciato dal sindacato è costruito su due cifre destinate a fare rumore: 100mila euro di ricavi per un professionista contro 51mila euro di retribuzione lorda per un dipendente. Risultato denunciato da Christian Ferrari: il primo pagherebbe circa 8.658 euro di imposta, il secondo 14.030. Una differenza che merita di essere discussa, ma che non può diventare il pretesto per mettere sul banco degli imputati un’intera categoria di lavoratori.

C’è un equivoco di fondo che andrebbe rimosso. Il lavoro autonomo non è una rendita, la partita Iva non è un privilegio e il fatturato non è uno stipendio. Dietro quei 100mila euro di ricavi possono esserci costi di gestione, investimenti, assicurazioni, contributi previdenziali, periodi senza incarichi e responsabilità professionali che il dipendente non deve affrontare nello stesso modo. Confondere ricavi e reddito, oppure utilizzare il confronto fiscale senza spiegare tutte le variabili, significa alimentare una contrapposizione che non aiuta né gli autonomi né i dipendenti.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare la questione sollevata dalla Cgil. Se il sistema produce differenze di imposizione molto ampie tra contribuenti con capacità economiche comparabili, il Parlamento ha il dovere di verificarle. La progressività fiscale non può essere evocata soltanto quando serve a contestare un’agevolazione destinata alle partite Iva. Deve valere come criterio generale, senza trasformarsi in uno strumento di competizione tra categorie.

La Cgil, invece di limitarsi a chiedere una revisione delle aliquote e un intervento più incisivo sul drenaggio fiscale che colpisce salari e pensioni, sembra aver individuato nei professionisti il bersaglio più immediato della propria battaglia. È una scelta sindacale discutibile. Perché il problema della pressione fiscale italiana non nasce dalle agevolazioni riconosciute alle partite Iva, ma da un sistema che continua a trattare il lavoro in maniera frammentata, moltiplicando regimi, eccezioni e disparità. Il dipendente ha ragione a chiedere un alleggerimento della busta paga. Il professionista ha altrettanto diritto a non essere considerato un contribuente di serie B quando rivendica condizioni fiscali che gli consentano di lavorare, investire e competere.

La questione, peraltro, è ancora più complicata di quanto racconti il confronto della Cgil. I 100mila euro rappresentano la soglia dei ricavi e compensi per accedere al forfettario, non automaticamente un reddito netto di 100mila euro. Il reddito imponibile viene determinato attraverso coefficienti di redditività, con la deduzione dei contributi previdenziali. È una distinzione tutt’altro che secondaria quando si costruiscono confronti sull’imposizione effettiva. Le cifre di Ferrari vanno quindi lette come una simulazione sindacale, non come una regola applicabile indistintamente a tutti i professionisti.

C’è poi una contraddizione che merita attenzione. Il regime forfettario, pensato per semplificare e sostenere le attività più piccole, rischia di diventare una trappola quando superare determinati limiti significa perdere un vantaggio fiscale. In altre parole, si agevola il professionista finché resta piccolo, ma non necessariamente lo si accompagna quando vuole diventare più strutturato, assumere collaboratori, associarsi e investire.

È una questione che riguarda il futuro stesso delle professioni. Gli studi devono poter crescere, mettere insieme competenze, assumere personale, investire in tecnologia e affrontare la concorrenza di organizzazioni sempre più grandi. Non si può chiedere ai giovani di aggregarsi e contemporaneamente costruire un sistema fiscale che renda economicamente sconveniente farlo. La fiscalità dovrebbe favorire l’organizzazione e lo sviluppo degli studi, non incentivare la frammentazione delle attività professionali.

La manovra, insomma, non dovrebbe diventare una gara a chi paga più tasse. E soprattutto non dovrebbe essere utilizzata per mettere lavoratori contro lavoratori. La Cgil difende legittimamente gli interessi dei propri rappresentati, ma non può pretendere che la tutela del lavoro dipendente passi attraverso la riduzione dei vantaggi riconosciuti al lavoro autonomo. Sarebbe una politica fiscale costruita sulla redistribuzione delle penalizzazioni, non sulla crescita.

Il governo ha una responsabilità precisa: dimostrare che le agevolazioni non sono privilegi occasionali, ma strumenti inseriti in una strategia coerente di sviluppo. E il Parlamento deve affrontare il problema delle disuguaglianze fiscali senza trasformare ogni categoria in un avversario. Il punto non è stabilire se debba pagare di più il professionista o il dipendente. Il punto è perché, in Italia, chi lavora deve ancora difendere il proprio reddito da un sistema fiscale che troppo spesso premia la permanenza nelle dimensioni ridotte e rende più complicato crescere.

La vera battaglia non è tra chi emette una fattura e chi riceve una busta paga. È contro un fisco che dovrebbe premiare il lavoro, sostenere chi produce e non trasformare la crescita in una penalizzazione.

 

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