Cittadinanza, il sonno degli ingenui
Il caso Siher smonta le illusioni dello ius scholae: frequentare le scuole italiane non significa condividere i valori della Repubblica. Basta automatismi, basta ipocrisie: la cittadinanza è un patto, non un premio di presenza.
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C’è un buonismo che non è generosità, ma irresponsabilità. Un’ingenuità politica che si traveste da progresso e pretende di risolvere con un certificato scolastico una questione infinitamente più complessa: che cosa significa diventare cittadini italiani? Il caso di Youssef Siher, con le accuse che lo riguardano e che dovranno essere accertate dalla magistratura, dovrebbe almeno costringere gli entusiasti dello ius scholae a interrompere per qualche minuto il loro catechismo. Non per condannare preventivamente un indagato, ma per smettere di spacciare un automatismo burocratico per una politica dell’integrazione.
La tesi che contestiamo è semplice, rassicurante e profondamente sbagliata: hai frequentato le nostre scuole, conosci la lingua, hai trascorso qui una parte della tua vita, dunque sei pronto a diventare italiano. Davvero basta questo? Davvero l’iscrizione a scuola certifica la condivisione dei principi costituzionali? Davvero un percorso formativo può essere trasformato in un lasciapassare per la cittadinanza, senza interrogarsi sul significato concreto dell’appartenenza a una comunità nazionale?
Se fosse così, lo Stato potrebbe tranquillamente chiudere gli uffici competenti e sostituirli con una fotocopiatrice. Un certificato di frequenza, una marca da bollo e il gioco sarebbe fatto.
Ma la cittadinanza non è una pratica amministrativa da sbrigare in fretta per compiacere una parte dell’opinione pubblica. È un vincolo politico e civile, un rapporto di diritti e doveri, l’ingresso pieno in una comunità che ha una Costituzione, una storia e principi che non possono essere considerati negoziabili a seconda delle convenienze ideologiche.
Attenzione: non stiamo sostenendo che chi ha origini straniere debba dimostrare una fedeltà speciale, né che l’appartenenza religiosa o culturale costituisca una presunzione di incompatibilità. Sarebbe una tesi assurda e ingiusta. Un cittadino italiano può criticare l’Occidente, contestare il governo, manifestare per i palestinesi e professare qualsiasi religione nel rispetto della legge. La libertà di opinione non è un esame di ammissione alla cittadinanza.
Ma una cosa è dissentire, un’altra è esaltare il terrorismo, istigare alla violenza o organizzare attività criminali. Se accuse di questo genere saranno provate, non potranno essere liquidate come esuberanze giovanili, radicalismo politico o folklore militante. E se non saranno provate, dovranno essere archiviate senza che resti addosso all’interessato una condanna pronunciata sui giornali.
È proprio qui che si misura la serietà di uno Stato: nella capacità di non confondere i sospetti con le sentenze, ma anche di non trasformare le garanzie in un alibi per l’inerzia.
Il problema dello ius scholae non è che possa favorire persone di origine straniera. È che una parte dei suoi sostenitori sembra convinta che la scuola, da sola, risolva ogni problema di integrazione e che qualsiasi obiezione equivalga a razzismo. Una posizione tanto comoda quanto inconsistente. La scuola è fondamentale, ma non è un certificatore infallibile di coscienza civile. Può insegnare la Costituzione; non può garantire automaticamente che i suoi principi siano compresi, rispettati e condivisi.
E allora poniamo la domanda che il dibattito politico preferisce evitare: perché la cittadinanza dovrebbe diventare il risultato quasi automatico di un percorso scolastico, mentre si pretende giustamente che ogni cittadino rispetti le leggi e riconosca i diritti degli altri?
Non si tratta di imporre un esame ideologico, di chiedere giuramenti di fedeltà a un governo o di giudicare le persone in base alle loro origini. Si tratta di pretendere criteri seri, trasparenti e compatibili con la Costituzione. Di distinguere la conoscenza della lingua dalla partecipazione civile, la permanenza sul territorio dall’appartenenza, il diritto di dissentire dal diritto inesistente di calpestare quello altrui.
Anche il titolo scelto da Maurizio Belpietro su La Verità, secondo cui la storia di Siher dimostrerebbe che l’unico errore è stato integrare, è una conclusione che non condivido. L’errore non è integrare. L’errore è scambiare l’integrazione per un risultato acquisito, confondere la presenza con la partecipazione e la partecipazione con l’adesione ai valori democratici. Peggio ancora, è usare un singolo caso per trasformare ogni straniero in un sospetto o, all’opposto, per negare che esistano problemi reali.
L’integrazione non è un atto notarile. Non si perfeziona con una firma, non si certifica con un diploma e non si misura contando gli anni trascorsi in Italia. È un processo fatto di diritti, doveri, relazioni e responsabilità. E può fallire. Negarlo per non incrinare la narrazione dell’accoglienza universale significa mentire a se stessi prima ancora che agli elettori.
C’è poi un’altra ipocrisia da smascherare. Una parte della politica considera la cittadinanza una leva simbolica da agitare per dimostrare la propria superiorità morale. Chi propone cautele viene dipinto come xenofobo; chi invoca verifiche viene sospettato di razzismo; chi chiede di distinguere tra integrazione reale e semplice residenza viene immediatamente spedito nel campo dei cattivi. È un metodo miserabile: non risponde alle domande, delegittima chi le pone.
Dall’altra parte, chi pretende di risolvere tutto con la chiusura e la diffidenza generalizzata commette lo stesso errore, soltanto con il segno politico opposto. Le responsabilità sono individuali. La provenienza non è una colpa. La religione non è un reato. Ma neppure la cittadinanza può diventare un automatismo concesso per evitare polemiche.
La Repubblica non deve chiedere ai nuovi cittadini di rinnegare le proprie origini. Deve chiedere loro, come a tutti gli altri, di rispettare le sue leggi, le libertà fondamentali, l’uguaglianza tra uomini e donne, il pluralismo e il rifiuto della violenza. Sono questi i confini della convivenza civile. Non l’obbligo di pensarla come il governo, non l’adesione a una maggioranza politica, non la professione di una fede. La Costituzione, non il catechismo di una parte.
E lo Stato? Lo Stato deve smettere di essere ingenuo senza diventare persecutorio. Deve applicare con rigore le norme esistenti, verificare i requisiti previsti dalla legge, motivare le decisioni e garantire il diritto di difesa. Non può inventare requisiti arbitrari, ma non deve neppure rinunciare alle verifiche legittime per paura di essere accusato di discriminazione.
La politica, invece, dovrebbe vergognarsi di aver trasformato una questione tanto delicata in una guerra di slogan. Da una parte gli apostoli dello ius scholae, convinti che basti la scuola a cancellare ogni problema; dall’altra chi usa ogni vicenda giudiziaria per alimentare sospetti collettivi. In mezzo, come sempre, la realtà: molto più complicata e molto meno adatta alla propaganda.
La cittadinanza non è un premio di consolazione per chi ha frequentato le nostre aule, né una medaglia da appuntare al petto di chi ha trascorso abbastanza anni in Italia. È un patto con la Repubblica. E i patti hanno senso soltanto quando diritti e doveri vengono presi sul serio.
Chi governa dovrebbe ricordarsene. Chi propone riforme dovrebbe spiegarne le garanzie. Chi invoca nuovi diritti dovrebbe chiarire come intende tutelare quelli già riconosciuti a tutti. E chi brandisce la parola integrazione come una formula magica dovrebbe finalmente ammettere che i processi sociali non obbediscono ai desideri dei partiti.
Il caso Siher non autorizza condanne preventive, né processi collettivi contro gli italiani di origine straniera. Ma impone una domanda che nessuno dovrebbe avere paura di formulare: vogliamo una cittadinanza fondata su criteri sostanziali e verificabili, oppure ci accontentiamo di un timbro?
Se la risposta è la seconda, allora il problema non è soltanto lo ius scholae. È una politica che ha smesso di distinguere tra buone intenzioni e buoni risultati, tra diritti e automatismi, tra solidarietà e irresponsabilità.
La cittadinanza non si regala per ingenuità e non si nega per pregiudizio. Si riconosce secondo la legge, con serietà e senza ipocrisie. Tutto il resto è propaganda. E di propaganda, su una questione che riguarda il futuro della convivenza nazionale, ne abbiamo già fin troppa.
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