Anno: XXVIII - Numero 134    
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Dal "costruire ponti" al carcere per chi entra senza autorizzazione

Il decreto del Vaticano riapre il dibattito sulla doppia linea della Santa Sede.

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«Chi costruisce muri e non ponti non è cristiano». Era il febbraio del 2016 quando Papa Francesco, rispondendo ai giornalisti durante il volo di ritorno dal Messico, pronunciò una delle frasi più celebri del suo pontificato. Negli anni successivi gli appelli si sono moltiplicati. Da Lampedusa alla Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, fino all’enciclica Fratelli tutti, il Pontefice ha più volte denunciato la “cultura dello scarto”, criticato le politiche di chiusura delle frontiere e invitato gli Stati ad accogliere chi fugge da guerre, persecuzioni e povertà.

Nel 2021, parlando della crisi migratoria al confine tra Bielorussia e Polonia, affermò che «i migranti non devono essere usati per fini politici» e chiese di aprire il cuore e trovare soluzioni umanitarie. Nel 2023, a Marsiglia, ribadì che il Mediterraneo non può diventare «un cimitero» e che l’Europa non può assistere indifferente alle tragedie dei migranti. Più volte ha anche criticato quella che definisce la “globalizzazione dell’indifferenza”, sostenendo che nessun essere umano possa essere considerato illegale per il solo fatto di migrare.

Parole che hanno contribuito a costruire l’immagine della Santa Sede come una delle voci più autorevoli a favore dell’accoglienza.

Ma mentre questo messaggio continua a essere rivolto ai governi del mondo, il piccolo Stato della Città del Vaticano ha scelto di rafforzare in modo significativo la propria legislazione sui controlli di frontiera.

Il nuovo decreto introduce un sistema di sanzioni che non ha precedenti nella normativa vaticana. Chi entra nel territorio con violenza, minaccia o inganno rischia da uno a quattro anni di reclusione e una multa da 10.000 a 25.000 euro. La legge considera “ingannevole” anche l’elusione fraudolenta dei sistemi di sicurezza o il sottrarsi ai controlli di frontiera.

Le pene aumentano se vengono utilizzate armi, strumenti atti a offendere, sostanze corrosive oppure se il fatto è commesso da più persone riunite. Se il controllo viene forzato con un veicolo o ignorando l’alt della forza pubblica, la pena cresce fino a due terzi.

Anche lo spazio aereo viene rigidamente presidiato. Il sorvolo non autorizzato del territorio vaticano, compreso quello effettuato con droni pilotati dall’estero, può comportare fino a tre anni di reclusione oppure una multa fino a 25.000 euro.

Il decreto introduce inoltre il divieto di accesso al Vaticano fino a dieci anni. Chi rientra durante il periodo di interdizione commette un nuovo reato punito con la reclusione da uno a cinque anni e con un ulteriore divieto di accesso che può arrivare a quindici anni.

Non basta. È previsto l’arresto obbligatorio in flagranza e viene ampliata la nozione stessa di flagranza: potrà essere considerato tale anche chi venga identificato attraverso le immagini delle telecamere del sistema di videosorveglianza.

Il promotore di giustizia potrà inoltre ricorrere al giudizio direttissimo, accelerando sensibilmente i tempi del procedimento.

Alle sanzioni penali si aggiungono quelle amministrative: fino a 25.000 euro per chi accede in aree riservate senza autorizzazione, fino a 5.000 euro per l’utilizzo di permessi scaduti e sanzioni molto elevate per chi ospiti persone negli immobili vaticani senza la prescritta autorizzazione.

Il contrasto tra il linguaggio utilizzato nei documenti pontifici e quello impiegato nel decreto appare evidente. Da una parte si parla di accoglienza, inclusione, solidarietà e tutela della dignità della persona; dall’altra di reclusione, arresto obbligatorio, videosorveglianza, interdizioni e pesanti sanzioni economiche.

Naturalmente esiste una distinzione giuridica fondamentale. Quando Papa Francesco interviene sul fenomeno migratorio, lo fa come capo della Chiesa cattolica, proponendo principi morali e pastorali rivolti alla comunità internazionale. Il decreto, invece, appartiene all’ordinamento dello Stato della Città del Vaticano, che esercita le prerogative proprie di qualsiasi Stato sovrano, tra cui il controllo delle frontiere e la tutela della sicurezza pubblica.

Questa distinzione, tuttavia, non elimina il valore simbolico della vicenda. Il Vaticano misura appena 44 ettari, è circondato interamente dal territorio italiano e dispone già di uno dei sistemi di controllo più sofisticati al mondo. Eppure ha ritenuto necessario introdurre un apparato sanzionatorio particolarmente severo, con pene detentive, arresto obbligatorio e divieti di accesso di lunga durata.

È difficile non notare come alcune delle misure oggi adottate dal Vaticano richiamino strumenti che, quando vengono introdotti da altri Stati, sono spesso oggetto di un intenso dibattito politico e, talvolta, di critiche sul piano umanitario. La differenza è che, nel caso vaticano, esse vengono giustificate con la necessità di proteggere il Pontefice, le istituzioni della Santa Sede e un patrimonio storico e artistico unico al mondo.

Il punto centrale non è stabilire se il Vaticano abbia il diritto di difendere i propri confini: tale diritto appartiene a ogni Stato sovrano. La questione che il decreto solleva è un’altra. Se il controllo rigoroso delle frontiere, le sanzioni penali e l’espulsione sono ritenuti strumenti legittimi quando si tratta di garantire la sicurezza dello Stato della Città del Vaticano, fino a che punto possono essere considerati moralmente inaccettabili quando vengono adottati da altri Stati chiamati a gestire fenomeni migratori di dimensioni incomparabilmente più grandi?

È una domanda destinata a dividere osservatori e opinione pubblica. Per alcuni, il nuovo decreto dimostra semplicemente che anche il Vaticano riconosce la necessità di regolare con fermezza l’accesso al proprio territorio. Per altri, rappresenta un caso emblematico della tensione tra l’universalità dei principi proclamati e la concretezza delle decisioni richieste dall’esercizio del potere statale. In ogni caso, il provvedimento è destinato a diventare un nuovo punto di riferimento nel dibattito sul difficile equilibrio tra sicurezza, sovranità e accoglienza.

 

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